Cina-Kazakistan, Si inaspriscono i rapporti tra i due paesi

L’Asia Centrale è interessata dalla comparsa di un nuovo agente eziologico che comprometterebbe la situazione sanitaria in Kazakistan. A denunciare il tutto è l’Ambasciata cinese a Nur-Sultan, preoccupata per eventuali e negativi sviluppi. Le autorità cosacche smentiscono le dichiarazioni di Pechino: “sono casi COVID non ancora identificati”



11 Lug. – Il recente aumento generale dei contagi ha portato le autorità locali del Kazakistan ad imporre un nuovo lock-down in tutto il paese, serrando sedi istituzionali, attività commerciali e fermando trasporti, voli interni ed esterni per spostamenti non motivati da ragioni essenziali. Ciò che era temuto in Cosacchia, da metà maggio soggetta ad una graduale riapertura, era proprio la comparsa di un’ondata di ritorno gestibile esclusivamente con nuove disposizioni di quarantena, fermando la produzione e contribuendo alla desertificazione economica che già sta interessando numerosi settori. In aggiunta ad una crisi sanitaria decisamente invalidante, si apre uno scenario di botta e risposta diplomatica con le autorità cinesi in loco, certe della presenza di un agente eziologico molto più pericoloso del virus Sars-CoV-2, che si esprime mediante la comparsa di una polmonite, spesso fatale.



La situazione pandemica in Kazakistan: recenti sviluppi e lock-down minacciano famiglie ed imprese

L’aumento dei casi di contagio da COVID-19 per più di cinque volte dopo le riaperture del mese di maggio hanno portato l’esecutivo a disporre nuove massime per una nuova quarantena, limitando aperture, spostamenti e conseguentemente acuendo la già grave crisi economica e produttiva che interessa la regione centroasiatica, di cui la Cosacchia è il motore trainante per esportazioni. I recenti dati epidemiologici parlano di 56.455 casi accertati, che hanno nelle ultime 24 ore subito un incremento di +1.726 nuovi positivi, 32.500 guarigioni e 264 decessi totali, perlopiù anziani o pazienti con patologie pregresse. La crisi sociale ed economica prodotta dalla nuova quarantena appena disciplinata mettono a serio rischio la stabilità finanziaria, governativa e produttiva del paese, favorendo disoccupazione, disagio sociale e chiusura di interi complessi industriali, favorendo un ciclo di pericolosa desertificazione economica, relativamente arginabile con l’impiego di finanziamenti a fondo perduto per famiglie e tessuto produttivo. Lo stato sta però soffrendo un’acuminata crisi finanziaria dovuta a debiti finanziare per l’eccesso di import ed un conseguente divario delle partite di stato, con valore miliardario.



I nuovi attriti economici ed etnici con la Cina per la comparsa di un’ipotetica patologia fatale

La situazione è denunciata dalle autorità cinesi attraverso il proprio canale su WeChat, ove compare un messaggio relativo alla presenza di 3 nuovi focolai siti nelle città cosacche di Shymkent, Atyrau ed Aktobe, relativi alla comparsa di una nuova polmonite che nella prima metà del 2020 ha causato il decesso di circa 1.700 persone. Nur – Sultan, dal canto suo, si pronuncia con un secco “fake news”, sostenendo che i numeri facciano riferimento a casi di COVID-19 non ancora diagnosticati, dichiarando inoltre che “Le informazioni pubblicate da alcuni media cinesi su un nuovo tipo di polmonite in Kazakistan non corrispondono alla realtà”. Anche l’OMS, attraverso i propri portavoce, sostiene che la situazione denunciata dalle autorità cinesi è in realtà sotto controllo ed in linea con le previsioni di casi COVID-19 non ancora diagnosticati, come afferma Mike Ryan, responsabile OMS del settore emergenze. Consapevole dell’errore, Pechino ha fatto un passo indietro attraverso Zhao Lijan, portavoce del Ministero degli Esteri, che ora“aspetta di apprendere maggiori informazioni e spera di lavorare assieme al Kazakistan per combattere l’epidemia e salvaguardare la salute pubblica in entrambi i Paesi”. Nonostante la fondamentalità per il Kazakistan dei rapporti commerciali con la Cina, un’azienda legata a Pechino, la PetroChina, ha revocato l’importazione di gas naturale dall’Asia Centrale, mettendo in seria difficoltà le economie fossili locali. Numerose le tensioni etniche presenti tra i cittadini kazaki dei villaggi di Masanchi, Sortobe, Auqatty e Bulan-Batyr, siti al confine con la Chirghisia, e la componente dungana locale, formata da mussulmani di origine cinese. Gli scontri, iniziati per un banale incidente stradale, hanno provocato la morte di 11 persone, il ferimento di 19 agenti di polizia locale intervenuti sul posto per evitare il peggio e l’incedio di numerose autovetture, esercizi commerciali ed abitazioni residenziali. I rapporti sino-kazaki nella Regione dello Xinijang, nell’area di Urumqi e Kashgar, sono messi a dura prova dalle politiche di de-radicalizzazione marchiate Xi-Jinping, che vedono la chiusura coattiva di numerosi uiguri, spesso di etnia cosacca, in campi di rieducazione locali, con il solo scopo di rispettare le disposizioni. Nur-Sultan, desiderosa di proteggere la componente kazaka ed uigura nel territorio cinese, ha di rado rivolto in passato critiche dirette alle autorità di Pechino, anche se ha richiesto più volte il rilascio dei prigionieri. Numerose le proteste in ambito locale, come accaduto ad Urumqi nel luglio 2009, quando un gruppo di uiguri locali aggredì gli han, alimentando un terremoto etnico che provocò circa 200 morti.