Cultura, Viaggio nella narrazione distopica tra letteratura, cinema e videogioco

La distopia è quella visione del futuro prevalentemente negativa basata su un esercizio incontrollato del terrore. Un’interpretazione pessimistica sempre attuale, che costringe ad immaginare un mondo senza libertà  

 

 

19 Mag. – Uno dei principali filoni narrativi ad aver caratterizzato la letteratura novecentesca è sicuramente quello distopico. Per quanto sia complicato definire uno specifico punto d’inizio, l’affermazione a livello mondiale del sottogenere probabilmente è da attribuire a 1984, il romanzo di George Orwell che, ancora oggi, sopravvive sia nelle tematiche trattate e dibattute che nel linguaggio comune, il quale ha addirittura condotto un assorbimento culturale e sociale tale da aver permesso la creazione dell’aggettivo ‘orwelliano’, usato per descrivere situazioni democraticamente contorte, che spesso includono elementi di tecnologia relativi al controllo delle masse. L’eterna giovinezza dell’opera è sicuramente da attribuire ai temi trattati nella stessail racconto di un futuro non specificato in cui la libertà personale è stata sacrificata in favore di una promessa di pace. La popolazione che vive in questo mondo, spesso descritto attraverso una nazione occidentale, è ormai assorbita in una routine obbligatoria ma al tempo stesso necessaria. Distrutto quindi ogni barlume di spirito critico e libero arbitrio, chi tenta di liberarsi dal giogo lo fa spesso per pazzia, ritrovando la propria umanità in una resa all’irrazionalità, la quale resta alternativa migliore rispetto all’annullamento totale.  

 

 

La letteratura distopica 

Come dicevamo, ad avviare questo inedito sottogenere fantascientifico è stato il romanzo 1984, scritto, non a caso, nel 1948 e che prendeva spunto dalla realtà in cui l’autore inglese viveva. Preoccupato infatti dell’eccessiva clemenza politica verso quelli che erano stati alleati nella seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica, Orwell –pseudonimo di Eric Arthur Blair- nel 1945 pubblicò La Fattoria degli Animali, il celebre racconto che attraverso la storia di un gruppo diversificato di animali raccoglieva un’ampia serie di similitudini con la reale situazione mondiale di quegli anni, atte a dipingere l’ipocrisia della classe dirigente inglese rispetto a quel governo russo che sempre più si tingeva dei tratti tipici della dittatura. Da qui, 3 anni dopo, prendeva vita 1984. Il protagonista, Winston Smith, lavora come dipendente presso il Ministero della Verità, il cui compito è quello di correggere e censurare libri e articoli di giornale che deviano da tutto ciò che il Grande Fratello afferma. Proprio questa figura astratta regge i fili di una società svuotata del suo essere dal governo del Partito, unico gruppo politico attivo e legittimo. Nel romanzo di Orwell si intrecciano le vicende di due colleghi che, attraverso la riscoperta di valori umani come l’amore, riusciranno ad accendere la scintilla della ragione, anche se la visione pessimistica dell’autore porterà ad un finale totalmente negativo, che non solo conclude tragicamente l’esperienza dei protagonisti ma parla direttamente al lettore tramite una lettura di quel futuro ormai perduto, in balia del controllo, della non vita e dell’assoluta perdita di senso nel portarla avanti, ormai solo dovere verso un’entità irriconoscibile.  

 Molto simile nella costruzione del mondo è il Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. La particolarità del romanzo, che si distingue dal lavoro di Orwell anche per un finale lieto, è il ribaltamento dei ruoli in una società che rigetta ogni tipo di valore fino a prima considerato positivo. Guy Montag è un pompiere, ma il cui compito non è quello di spegnere incendi, bensì di appiccarli. Entra nelle case di persone che ancora posseggono libri e, dopo aver arrestato i possessori, ne brucia ogni copia esistente. L’unico svago consentito è infatti quello della ‘family’, unapplicazione di realtà virtuale che permette alle persone di vivere costantemente in una sorta di reality show interattivo, messo in pausa solamente tra una pillola della felicità e un’altra. Così come i1984 il mondo di Fahrenheit è spogliato completamente di un qualsiasi elemento legato al sesso, che finisce per essere solamente strumento atto a procreare, in un perenne clima di disagio e sconforto. L’epilogo è però positivo, e Bradbury scrivere di un mondo sì sull’orlo dell’abisso, ma comunque sempre vivo proprio grazie alle persone, contenitori di quella conoscenza e di quei valori sradicati dalle fiamme dei pompieri.  

 

 

Tra cinema e videogioco 

Ovviamente anche altri medium più giovani hanno trattato il distopismo. Basato su un racconto di Philip. K. Dick e diretto da Ridley Scott, Blade Runner è la storia di un mondo del futuro controllato da multinazionali senza scrupoli. L’economia gira attorno al mercato dei replicanti, androidi dalle fattezze umane in grado di svolgere i compiti più umili e pericolosi. Ciò che rende l’opera degna di essere vista e scoperta è sicuramente il modo in cui tratta il tema dell’umanità. Un robot costruito attraverso un computer può provare emozioni? Qual è la differenza con la natura organica dell’uomo? Sotto le luci di una città fumosa, oscura, tinta da luci al neon nella più affascinante cornice cyberpunk, viene mostrato un mondo perso nella sua filosofia malata, che costringe a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni, e sui veri motivi che ci rendono ciò che siamo 

Infine, è doveroso menzionare anche un videogioco. La maturità di un medium si vede anche da ciò che racconta, dal target a cui si riferisce, dalla cura riposta nella scrittura e nella messa in scena. Parecchie sono le distopie nel mondo dei videogiochi, ed ognuna di esse porta con sé valori diversi, snocciolati in ambientazioni e contesti dalle tinte spesso luminescenti, in perfetto contrasto con i temi oscuri portati avanti. Tra questi una piccola opera indipendente ha destato l’attenzione degli appassionati: Inside. Il mondo di Inside è fatto di tanti scuri e pochi chiari. Non è esplicito il nostro obiettivo come personaggio, un bambino tra schiere di adulti, ma siamo spinti ad andare avanti, oltre. Non c’è solo l’ombra di un regime ad attanagliare il mondo di gioco, ma una chiave di lettura riporta a scavare nella testa del protagonista. Alla base della distopia vi è l’alienazione, quella che ti costringe a muoverti per inerzia in una vita dettata da altri, con regole non tue. E’ facile quindi portare la mente ad altri pensieri, quali la depressione, l’ansia, il panico. Elementi da cui spesso si sfugge per mezzo proprio dell’estraniazione dalla realtà, che quindi diventa causa ed effetto della vita di queste persone. La fine non può che essere un groviglio di piani immaginari che si sovrappongono in testa, di momenti bui, felici, di tragedie e gioie. Tutto si somma e poi si annulla, bramando un vuoto assoluto