Come cambia l’italiano. Da “petaloso” a “pisellabile”, tante le parole nuove da verificare per l’Accademia della Crusca

Cambiano le mode, le stagioni e cambia anche la lingua. Il supervisore della lingua italiana è l’Accademia della Crusca, questa presenza pensata come una roccaforte in cui vivono maestri tutti infiocchettati e altolocati istruiti con la puzza sotto il naso che scartabellano polverosi dizionari per garantire la purezza della lingua. E invece no, perché l’Accademia della Crusca, sconosciuta ai più fino al fenomeno “petaloso”, è un insieme di vecchie e giovani menti che collaborano non per creare la lingua, ma semplicemente per registrarla. Stefania Iannizzotto, giovane studiosa dell’Accademia, spiega infatti che «la Cru­sca non sta­bi­li­sce qua­li neo­lo­gi­smi fa­ran­no par­te o meno del vo­ca­bo­la­rio del­la lin­gua ita­lia­na, poi­ché tut­to di­pen­de solo ed esclu­si­va­men­te dal­l’u­so e dal­la dif­fu­sio­ne de­gli stes­si nel par­la­to quo­ti­dia­no».
Ecco che il web, fonte giovane di nuovi linguaggi, entra di diritto nell’operato degli accademici visto l’alto numero di nuovi vocaboli che sforna costantemente.
Non stupirà, quindi, che le segnalazioni più importanti riguardino proprio parole nate sulle piattaforme digitali. Le probabili new entry sono almeno 8. La parola che oggi ha ricevuto più segnalazioni sul sito dell’Accademia della Crusca è “bambinità”, termine molto usato nei forum online frequentati da genitori che indicherebbe la condizione del bambino con le relative implicazioni. La seconda candidata è “webete”,  una parola macedonia composta da “web” ed “ebete”, usata dal giornalista Enrico Mentana per stigmatizzare un follower polemico e, a dir suo, poco perspicace. La parola è presto diventata un hashtag (#webete), fino a entrare nell’elenco della Crusca. Ma qualcuno ha fatto notare che webete si usava già negli anni ’90, agli albori del web, per indicare chi limitava la propria esperienza online alla semplice navigazione, ignorando IRC, Usenet e simili. Una parola che quindi esiste da quasi 30 anni ma che non è mai entrata nel dizionario italiano. Che sia arrivato ora il momento?
Altre candidate sono: “gengle”, un’altra parola macedonia composta da “genitori” e “single” e che indicherebbe i genitori single con prole; “puccioso”, un aggettivo che deriva dal bambinese “pucci pucci”, relativo al senso di tenerezza che proviamo davanti a cuccioli di animali o oggetti piccoli e d’aspetto gradevole; “inzupposo”, neologismo nato nel campo della pubblicità, usato per descrivere un tipo di biscotti particolarmente permeabili al latte; “colazionare” e “merendare”.
A far parte dell’elenco ci sono anche strane parole come “sciabbarabba”, termine probabilmente di origine laziale che indicherebbe una reazione inconsulta dovuta a una perdita di lucidità. Un esempio potrebbe essere «M’è partita la sciabbarabba e gli ho dato un pugno».
Caso ancora più eclatante è quello di “pisellabile” che indicherebbe, non senza maschilismo, una donna sessualmente attraente.
Ci sono poi ancora altre parole come “capovate”, “psicoismo”, “squalofilo”, “zamass” che non hanno nessuna evidenza online ma che hanno comunque moltissime segnalazioni.
La scelta non è semplice. «Prima di inserire una proposta nell’elenco», spiega Maria Cristina Torchia «verifichiamo la frequenza, l’ambito e l’eventuale presenza nei dizionari storici, perché a volte si tratta di un ritorno». Non tutte le parole segnalate dalla Crusca finiscono nei dizionari: «Ci limitiamo a descrivere i lemmi, non diamo prescrizioni», conclude la studiosa.
In un paese in cui il cambiamento, qualunque campo riguardi, spaventa a morte, un’evoluzione linguistica si spera possa auspicare un’altrettanta evoluzione culturale. Bene o male che sia, “petaloso” è già nel dizionario Treccani e il suo ingresso nella lingua italiana è ormai cosa fatta.
Francesco Pieri