Roma, Sigilli ad un ristorante. Riciclava denaro di Cosa Nostra

Al centro dell’indagine del Ros, il palermitano Francesco Paolo Maniscalco. Gli affari del boss amico di Riina jr nella Capitale, 11 arresti



15 Gen. – Questa mattina a Trastevere i carabinieri del Ros, guidato dal generale Pasquale Angelosanto, hanno posto a sequestro penale preventivo un bar ristorante a Trastevere, “Da Nina”, in via dei Vascellari 44, locale dal valore di 400mila euro. Su richiesta della Procura della Repubblica di Roma, le forze dell’ordine hanno eseguito un’ordinanza applicativa di misure cautelari emessa dal Tribunale di Roma nei confronti di 11 persone ritenute responsabili di “trasferimento fraudolento di valori, bancarotta fraudolenta, autoriciclaggio, reati commessi per agevolare l’associazione mafiosa Cosa Nostra“.

Le attività di Trastevere e Testaccio venivano usate per “ripulire” soldi di Cosa Nostra, sistematico giro di riciclaggio di denaro che ha portato alla chiusura con sigilli del ristorante che proponeva specialità siciliane. Secondo quanto riportato dall’Arma, ad essere arrestati sono stati Salvatore Rubino, il fratello Benedetto e Francesco Paolo Maniscalco, braccio destro di Giuseppe Salvatore Riina, figlio del defunto boss Totò.



Gli affari del boss

Maniscalco, già in carcere perché arrestato nei mesi scorsi dalla direzione distrettuale antimafia di Palermo nell’ambito di un’indagine sulle scommesse on line, è volto noto in Sicilia. C’era anche lui fra i sette uomini che la notte del 13 agosto 1991 portarono a termine un colpo da 10 milioni di euro a Palermo, al Monte dei Pegni della Sicilcassa. L’oro dei poveri fu consegnato a Totò Riina, che ricompensò gli autori con 400 mila euro. Il resto andò alle casse dell’organizzazione. Un colpo ordinato da Cosa nostra e ancora avvolto nel mistero.

Quindi il trasferimento a Roma. Maniscalco, da 20 anni, “bazzicava” la zona di Roma nord, fra l’Olgiata e Collina Fleming. Nel 2010 aveva lanciato nuovi investimenti nel settore della grande distribuzione grazie probabilmente al patrimonio mai sequestrato dalla magistratura. Così, aveva aperto locali e si era lanciato soprattutto nella distribuzione del caffè, attraverso una girandola di società.

Insieme ai fratelli Rubino aveva avviato un progetto imprenditoriale nel settore della gastronomia realizzatosi nel 2011 con l’apertura a Testaccio e Trastevere, del bar pasticceria ‘Sicilia e Duci srl’, trasferito da Testaccio a Trastevere nel 2015.



Dall’indagine è emerso anche un traffico di quadri rubati

Nel 2016 venne eseguito un sequestro di prevenzione a carico della predetta società il cui patrimonio era stato però svuotato attraverso la distrazione di beni e capitali a beneficio di altre società, appositamente costituite, portando la ‘Sicilia e Duci’ alla bancarotta. Dopo il sequestro, Maniscalco aveva cambiato società e grazie a una rete di complici e “amici”, aveva spostato gli interessi a Trastevere, su un altro locale, che gli investigatori della sezione Anticrimine di Roma hanno continuato a tenere sotto controllo.

Il nuovo ristorante infatti si presentava simile al precedente. Erano stati “riciclati” gli arredi che avevano dato alla nuova attività una sorta di continuità di gestione: “Un locale avviato col reimpiego di capitali di provenienza illecita” spiegano gli inquirenti che oggi hanno sequestrato anche una cassetta contenente 29mila euro in contanti e una serie di quadri.

La moglie e la figlia di uno dei fratelli Rubino, infatti, erano impegnate, come emerge dall’inchiesta, alla vendita di quadri e gioielli di provenienza illecita il cui ricavato veniva usato per avviare le attività commerciali a Trastevere. I dipinti oggetto di compravendita illecita sono frutto di furti risalenti agli anni ’90 e rivenduti anche attraverso alcune gallerie d’arte di Roma estranei ai fatti.

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