Usa, Caso Trump, i social sono pubblici o privati?

“La repressione dei social media è un errore catastrofico” è questo che sostiene il presidente degli Stati Uniti d’America ancora in carica. Silenziato uno degli uomini più potenti del mondo



13 Gen. – È l’alba di un nuovo giorno, eppure le controversie non si placano negli Stati Uniti. Donald Trump continua a rubare la scena e resta al centro dell’attenzione e del dibattito pubblico. Attenzione scaturita dalle continue polemiche di cui, volente o nolente, resta protagonista per essere stato censurato dai Social Network dopo i fatti di Capitol Hill. Ed è così che uno degli uomini più potenti del mondo tiene banco, continuando a dividere esattamente a metà gli Usa, facendo eco in tutto il resto del mondo.



Così hanno deciso Zuckerberg e Dorsey

“Crediamo che continuare a consentire al presidente di usare il nostro servizio in questo periodo sia semplicemente troppo pericoloso”, ha scritto Mark Zuckerberg annunciando di aver sospeso l’account Facebook di Donald Trump almeno fino all’inaugurazione dell’amministrazione Biden. Una frase che dimostra il potere politico delle piattaforme e che illustra come sia cambiato l’approccio dei social network nel corso di pochi mesi dato che fino a giugno Zuckerberg affermava che “Facebook non può essere l’arbitro della verità”. Jack Dorsey di Twitter, prima della temporanea sospensione, continuava a permettere a Donald Trump di violare ripetutamente i suoi termini di servizio con incitazioni alla violenza, post razzisti e altro ancora, legato al fatto di essere il presidente degli Stati Uniti.



Ban di Trump: i social sono pubblici o privati?

La domanda che rimbomba è: Facebook e Twitter sono pubblici o privati? Le più importanti realtà del mondo online hanno imposto un ban agli account ufficiali di Donald Trump privando di fatto il Presidente uscente del mezzo di comunicazione utilizzato con maggiore frequenza durante i suoi quattro anni di permanenza alla Casa Bianca.

Le due piattaforme sono pubblici o privati? La questione si ripropone adesso dopo che Trump è stato silenziato dalle due imprese ‘private’, che però fanno parte di una piattaforma comunicativa fondamentale per la vita di quasi ogni cittadino.

Insindacabile l’utilizzo improprio che Donald Trump ha fatto dei social, ma la domanda che in molti si sono fatti dopo il ban è: è degno di una democrazia liberale, è proprio di uno Stato di diritto, silenziare la voce di un politico? L’hate speech che condurrebbe alla violenza, può togliere la parola a una persona? Ma Twitter e Facebook sono imprese private, e per quanto siano tenute al rispetto di Costituzioni e leggi, esse stipulano un contratto con gli utenti: se non lo rispetti, io ti caccio. E così hanno fatto con Trump.



“La repressione dei social media è un errore catastrofico”

“Sono stato analizzato e le persone hanno pensato che quello che ho detto fosse del tutto appropriato” . Sono queste le parole del Presidente uscente Usa dopo il blocco dei suoi account Facebook e Twitter parlando con i giornalisti mentre lasciava la base Andrews per dirigersi al confine con il Messico. E rivendica “la repressione dei social media è un errore catastrofico, non ho mai visto tanta rabbia come in questo momento. Bisogna sempre evitare la violenza, noi abbiamo un enorme seguito. Probabilmente come nessuno ha mai avuto prima d’ora”.

Conclude poi ad effetto, tirando una stoccata a chi ha parlato prima di lui “si guardi quello che hanno detto gli altri, i politici di alto livello sulle rivolte avvenute durante l’estate. Quello era il vero problema, quello che dicevano“.

Torto o ragione? Vittima o carnefice? Sono sempre questi i dubbi che restano dopo ogni argomento che porta il nome di Trump. Certo però è che fare politica da remoto è facile ma rischioso e si sa quanto possa essere pericoloso fare leva sulla comunicazione digitale per ottenere sostegno. Senza filtro e senza diritto i consensi di oggi saranno i dissensi di domani.

Con lo “shut down” social i suoi nemici hanno azzittito Trump. Una cosa grave se sei il Presidente degli Stati Uniti d’America anche se per altri 7 giorni.