No mask, Logica di un fenomeno mediatico

I negazionisti in piazza, la politica in televisione. Cause ed effetti di fenomeni apparentemente straordinari, ma che in realtà altro non sono che l’emblema di una attualità totalmente incapace di comunicare con le persone, ma anzi addirittura maliziosa nello sfruttarne le debolezze più evidenti



18 Ott. – L’11 ottobre si è tenuta a Roma la seconda manifestazione no mask in Italia. Si tratta del raduno dei così detti negazionisti del Covid-19, pronti ad affermare la totale infondatezza della gravità virale e soprattutto vogliosi di ribellarsi ad un sistema, e ad uno Stato, che secondo loro viola la Costituzione, di fatto avendo stabilito una sorta di regime sanitario anti-democratico. Senza andare più a fondo rispetto alle ragioni psicologiche di questi comportamenti (simili anche a QAnon), è importante analizzare questo tipo di fenomeni partendo da una radice e da cause di stampo decisamente più razionali e comprensibili. Questo perché mentre su internet ridevamo, prendendo in giro gli esponenti di questa particolare esposizione complottista, contemporaneamente evitavamo un discorso su un meccanismo mediatico in realtà molto più diffuso e grave, che vive tuttora su una logica del dubbio atta a non scontentare né escludere nessuno.  



Il successo del dubbio, fuga dalla razionalità  

Ogni giorno leggiamo e sentiamo esponenti dell’opinione pubblica sui principali mezzi d’informazione sbeffeggiare tutti i tipi di negazionismi, concedendogli successivamente all’avvenuta dimostrazione (ad esempio la manifestazione dell’11 ottobre) il poco spazio che effettivamente meriterebbero. Ma queste stesse figure, più o meno rinomate nel panorama politico e giornalistico italiano, molto spesso sono le stesse ad aver giocato un ruolo decisivo nella crescita di suddetti fenomeni: si tratta di un comportamento molto comune e in realtà frequentemente e maliziosamente sfruttato a proprio vantaggio. E’ la filosofia del compromesso comunicativo, ovvero il parlare ai propri lettori e ascoltatori (o elettori) tramite un processo di ‘non rischio’, camminando cioè nella sicurezza della vacuità contenutistica della propria comunicazione. Per quanto, infatti, la mentalità no mask sia limitata guardando ai grandi numeri, è tuttavia vero che un sentimento di poca fiducia – soprattutto in situazioni di grave instabilità sociale come queste – abbia preso piede velocemente; questo stesso sentimento può essere rapidamente trasformato in un atteggiamento di concreta ostilità. Non parliamo ovviamente di una classe dirigente doverosamente critica verso decisioni più o meno condivisibili del governo, ma dello sfruttamento di una confusione mediatica importante per il guadagno di una fetta di consensi, che siano sotto forma di pubblico consumatore o di aumento del proprio elettorato.  

In fondo è lo stesso iter già impostato durante le tristemente celebri campagne no vax. A quel tempo, ben prima del governo ‘Conte uno’ una parte della politica italiana andava avvicinandosi a quei sentimenti di legittimi dubbi in maniera amichevole, sperando nella trasformazione di quest’ultimi in guadagno elettorale. Si andava così ad aggravare quel sentimento anti-scientifico di cui il Bel Paese ancora fatica a liberarsi; fatica perché, appunto, di fatto mai realmente contrastato da chi aspira ad una posizione di potere, danneggiando così l’intero Paese ma anche una classe politica già decisamente compromessa, non di certo piena dell’apprezzamento popolare. A questo si aggiunge, in relazione alla mancanza di imparzialità politica, un appoggio da parte dell’informazione giornalistica cartacea, che cresce nei numeri anche grazie all’instabilità comunicativa della stessa: se in televisione ci si apre ad un atteggiamento eclettico in premessa ad un obiettivo squisitamente commerciale, su internet e sulla carta i giornali si tuffano entusiasticamente sul sensazionalismo.  



I militari nelle strade secondo Piero Angela?  

L’8 ottobre Piero Angela presentava la nuova stagione di Superquark+. Nella conferenza, come titolo da molti quotidiani nazionali, il celebre divulgatore televisivo avrebbe affermato di essere favorevole ad un intervento militare sulle strade italiane. Difficile capire come una risposta che in realtà non considerava assolutamente la variabile militare (come confermato anche dall’astrofisico Luca Perri presente alla conferenza) possa essersi successivamente trasformata in una dichiarazione dai tratti duri e severi; una manipolazione giornalistica non nuova, ma particolarmente grave se calata nel contesto di incertezza attuale. Se, come dicevamo, un certo grado di cultura scientifica fatica a diffondersi, questo è anche a causa di una comunicazione che di fatto la esclude, preferendo il sensazionalismo mediatico ad una corretta informazione.  

Ma le conseguenze di articoli che riportano una dichiarazione errata possono essere più dirompenti di quanto si pensi, andando a gettare un seme del dubbio potenzialmente pericoloso. Così nascono i no mask, dal dubbio inopportuno di un giornalismo, e di una politica, senza scrupoli, pronti a sacrificare una dignità deontologica per il più banale e malizioso dei motivi: il guadagno in termini di popolarità. Non importa quindi se la dichiarazione di Piero Angela sia compromessa nel suo significato originale, ha valore solo se quest’ultima porta gli utenti a cliccare sullo specifico link.  



La mancanza del dovere 

Che sia l’incontinenza giornalistica o la mancanza di valori politici, il parlare in termini di compromessi assoluti sempre faciliterà l’ascesa di un atteggiamento generale in favore del dubbio e della perplessità. Dubbio che però non vive di una critica individuale anzi doverosa, ma della mancanza di strumenti culturali della gran parte della popolazione, così in balìa di una comunicazione giornalistica e politica asservita alle logiche del potere, mediatico o elettorale. I no vax, ma in realtà quasi realtà del ‘no’ – come fu per le vaccinazioni obbligatorie – prospera sul sottile confine dell’incertezza, la mancanza di una fiducia totale (comunque sbagliata) rispetto alla propria classe dirigente: è proprio qui che il giornalismo dovrebbe giocare la sua partita, educando e indirizzando i cittadini verso un percorso di razionale scoperta scientifica. Peccato che questo intendo sia ostacolato dai motivi più tristemente classici dell’Italia, lontana sia da un pensiero razionale sia, per ciò che riguarda i quotidiani, da un sentimento di dovere verso i propri consumatori. Si dice che internet stia diventando il più grande pericolo della democrazia, eppure nessuno sta tentando di contrastare le reti infide dell’informazione digitale. In fondo basta poi farsi beffe dei negazionisti in piazza.