Mafia, Gli assassini del giornalista Giancarlo Siani pagati in carcere per 35 anni

Il giovane cronista venne ucciso a colpi di pistola. La sua colpa fu quella di aver usato parole sconvenienti, di aver riportato la verità, di essere cioè un Giornalista con la G maiuscola. Un fatto non ammissibile in una realtà governata dalla mafia, dove lo Stato si prostra alla criminalità organizzata. La conseguenza è stata la morte, ma la giustizia funziona solo a metà

 

27 Mag. – Il 23 settembre 1985 un ventiseienne di Napoli, Giancarlo Siani, che lavorava come cronista al Mattino, venne freddato sotto casa da due killer affiliati alla Camorra: Armando del Core e Ciro Cappuccio. L’ordine arrivava direttamente da Totò Riina passando per il Clan Nuvoletta di Marano, il quale ha affidato l’incarico ai due assassini che, appostatisi vicino all’abitazione del giornalista, lo aspettavano di ritorno dalla redazione in cui lavorava per ucciderlo e fuggire in scooter.  

 

La scomoda penna di Siani già aveva destato l’interesse della malavita napoletana. Il suo è stato uno stile asciutto, concreto, che andava dritto al punto, e fioccavano nomi, definizioni, descrizioni dei comportamenti tenuti dai mafiosi partenopei. Un articolo in particolare, quello poi ‘scelto’ come fattore scatenante dell’omicidio, riguardava il possibile cambiamento negli equilibri di potere tra i clan Nuvoletta e Bardellino. La figura chiave fu quella di Valentino Gionta, ex pescivendolo dimostratosi abile nel gioco mafioso e fondatore di un potente impero criminale napoletano, alleato proprio dei Nuvoletta. Una sempre più probabile escalation violenta tra i due clan si rese evitabile proprio grazie al capo mafioso Gionta, i cui territori successivamente spartitesi avrebbero raffreddato gli animi, riappacificando i due schieramenti. Nuvoletta, però, non volendo rischiare una perdita d’onore nel tradimento di un suo alleato, decise solamente di consegnarlo alla polizia. Qui entrò in gioco Siani che, grazie a contatti nella caserma, venne a conoscenza dei recenti eventi, riportando successivamente il tutto nell’articolo “Camorra: gli equilibri del dopo Gionta, pubblicato il 10 giungo 1985.   

 

 

Una pensione oltre lo Stato 

Arriviamo ad oggi. I carabinieri coordinati dal DDA di Napoli hanno condotto delle indagini relative a personaggi vicini al Clan Polverino, rivelando un’amara verità relativa proprio al caso SianiArmando del Core e Ciro Cappuccio sono stati mantenuti in carcere da sussidi mafiosi per ben 35 anni. Come riporta l’Ansa i soldi indirizzati ai due camorristi non hanno cessato di arrivare nemmeno quando il territorio appartenuto ai Nuvoletta, di cui i due facevano parte, è passato prima nelle mani dei Polverino, e poi in quello degli Orlando, addirittura ignorando il conflitto che si scatenò tra quest’ultime fazioni. Una solidarietà mafiosa che ha spinto gli inquirenti a rivalutare l’importanza gerarchica che i due giovani, poco più che ventenni all’epoca, rivestivano nel 1985.  A commentare la notizia è anche il fratello del cronista, oggi parlamentaredel Partito Democratico, Paolo Siani: “Il welfare criminale funziona di più e meglio di quello dello Stato. È triste dirla ma sembra proprio che sia così”. 

 

 

L’eredità di Giancarlo Siani 

Definire il lavoro che svolse Siani come coraggioso risulta paradossalmente riduttivo, quando inquadrato in una cornice di assoluta volontà deontologica. Il giovane cronista parlava senza fronzoli, adoperando tutti gli strumenti che la professione e la carta gli consentivano, svolgendo egregiamente un lavoro per cui era ed è essenziale la ricerca della verità. La sconvenienza delle conclusioni non rientra nella peculiare ‘ottusità’ che un giornalista dovrebbe avere, cosciente che la sua analisi critica, affidabile e ricercata, non debba sottostare alle paure indotte dalla deviata mentalità mafiosa, la quale sempre nel timore e nell’orrore trova sfogo e ricchezza, risucchiando bellezza e vita ai deboli, ai poveri, a chiunque non possegga strumenti di lotta personale, e che non può liberarsi dal giogo maligno della criminalità organizzata. 

 

Il giorno prima di morire Giancarlo Siani scrisse un articolo sull’usanza sempre più diffusa dell’uso minorile per lo spaccio di droga. Parlava di una nonna che mandava il nipote a vendere stupefacenti, lo faceva perché i minori non erano perseguibili penalmente. Ragazzi, molto spesso bambini, già inseriti in un “giro” di droga. Per loro quale futuro? Se non diventano consumatori di eroina, se riescono a sopravvivere, è difficile che possano imboccare altre strade che non siano quelle dell’illegalità, dello spaccio diretto, dello scippo, del furto”, scriveva il reporter de Il Mattino di Napoli. Forse era lungimiranza, o forse semplice analisi pragmatica della realtà, eppure in queste parole risiede il nucleo stesso attorno a cui si prospera il credo mafioso: l’assenza di un futuro, e Giancarlo Siani venne privato, di quel futuro. Di lui restano soprattutto la potenza, il pensiero, la professionalità del suo lavoro. E’ triste pensare che chi lo uccise ha goduto per 35 anni, 9 in più dell’intera vita del giornalista, di un sussidio sporco anche del sangue di un giovane cronista, spogliato perfino di un’eredità da martire, strappata via dall’indulgenza imperdonabile di uno Stato assente.  

 

 

 

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