Coronavirus, Il fumetto ai tempi della pandemia. Leo Ortolani: «Sui social come ‘infermiere dell’anima’»

Il Covid-19 ha colpito molti settori, alcuni hanno incassato il colpo con grande stile, tra questi il fumetto, sul cui ruolo sociale in questo periodo storico ci siamo confrontati con il fumettista Leo Ortolani, autore di Rat-man



10 Nov. – Lo scenario, a tratti surreale, che si è parato davanti agli occhi increduli di questo 2020, ha portato scompiglio in quasi ogni aspetto della società, costringendo i più ad un rapido mutamento dei piani, ad una battuta in ritirata nei casi più drammatici. Il mondo del fumetto, uno dei figli di quella cultura in crisi di cui tanto si sta parlando nell’ultimo periodo, ha contribuito, nel suo piccolo, ad alleviare le pene di questo periodo complesso, sollevando le nostre menti sovraffollate dalle difficoltà di una “vita in gabbia”. Alle spalle di pagine colme di personaggi dal coraggio indomito, ci sono però degli uomini comuni, persone normali che in questa fase hanno assunto il ruolo di “infermieri dell’anima”, come ci ha fatto notare Leo Ortolani, noto ai più come fumettista di Rat-man.



La comunicazione visiva in generale ha un ruolo sociale importante, quanto è forte l’impatto del Fumetto sull’opinione pubblica?

Credo che dipenda dal fumetto. Se un fumetto è molto seguito può accendere sicuramente più lampadine di uno semisconosciuto, ma questo è un ragionamento abbastanza banale. Per quanto riguarda un impatto sull’opinione pubblica, credo che il potere di un fumetto sia ancora molto al di sotto di quello di un programma televisivo. Ma un fumetto, per sua stessa natura, lavora sulla lunga distanza. Ti entra sotto pelle e non puoi calcolare il suo impatto in tempi brevi. Ad esempio, l’influenza della lettura di TOPOLINO o di altri fumetti da edicola negli anni passati, sull’insegnamento della lingua italiana è stata molto grande, ma si è vista sulla lunga distanza. Il veicolare un messaggio attraverso il fumetto richiede che questo messaggio filtri, piano, piano, nella mente dei lettori. Un vantaggio del fumetto, rispetto alle opinioni lanciate da una televisione è nel suo rimanere più a lungo sugli scaffali, a disposizione, anche attraverso le ristampe.



Si parla ultimamente di quanto il Covid-19 abbia minato alla stabilità del mondo della cultura, in che misura questo ha toccato il Fumetto e l’editoria in generale?

Non mi sembra che il fumetto sia stato toccato dalla pandemia nel senso che, a parte avere gettato ombre e magari depressione sugli autori, come su tutte le altre persone coinvolte, sono comunque usciti i fumetti che dovevano uscire. Piuttosto, immagino che le case editrici abbiano attraversato un momento di flessione nelle vendite, questo senz’altro, ma come per ogni altro settore.



Coronavirus, Il fumetto ai tempi della pandemia. Leo Ortolani: «Sui social come ‘infermiere dell’anima’»



Considerando anche le limitazioni alle quali hanno dovuto far fronte eventi come il Lucca Comics, il Romics, il Comicon, qual è la differenza maggiore, più di impatto, rispetto alla situazione pre-covid?

La differenza è che siamo rimasti tutti a casa, a guardarci autori ed editori in dirette live, invece di mobilitare decine di migliaia di lettori e di operatori del settore, in giro per l’Italia.




La società ne uscirà profondamente mutata da questa situazione, come si ripercuoterà tutto questo su quello che verrà raccontato nei mesi e negli anni a venire da fumetti, libri, ma anche dai film?

Non ne ho idea. Non leggo nel futuro. Di solito certe situazioni vengono elaborate dalla mente di un autore, non arrivano immediatamente all’interno dei suoi progetti. Anche per via che i progetti già avviati sono partiti prima della pandemia e quelli che sono partiti adesso non possono raccontare qualcosa in cui siamo ancora immersi e che oggettivamente dura da pochi mesi. Ovviamente ci sono eccezioni, come il film di Michael Bay in uscita, su una pandemia che dura da quattro anni.




Nel corso della prima fase della pandemia ha elaborato e proposto delle strisce, poi divenute un libro, in linea con il clima che si respirava, tenendo compagnia ai fan con la sua ironia. C’è un modo ideale per raccontare una pandemia ad un pubblico intimorito come quello attuale?

Non so se ci sia un modo per farlo. Personalmente cerco di raccontare le stesse cose che capitano a tutti, però cercando di inserire elementi surreali o comici, perché quando tutto lotta contro ciò che hai conosciuto e dato per scontato finora, “non ci resta che ridere”.




È cambiato il suo rapporto con il web in questo periodo? In che modo i social in generale hanno influenzato il suo lavoro?

Nel periodo della “prima ondata” ho voluto essere presente sui miei social come una sorta di “infermiere dell’anima”. Non potevo fare altro e l’ho fatto volentieri. Quelle strisce giornaliere davano modo di fare un sorriso, anche se amaro, nell’arco della giornata. Ma è stata una cavalcata che non rifarei e infatti non sto replicando con questa seconda ondata, perché devo lavorare a un altro progetto in uscita il prossimo anno, non riesco a tenere dietro a entrambe le cose e finisco per andare in iperventilazione! Se c’è un modo in cui i social hanno cambiato il mio lavoro è giusto la possibilità di avere un dialogo diretto con i lettori e quella di sperimentare nuovi tipi di format, come le recensioni cinematografiche e (ultimamente) le strisce sulla pandemia. Uso i social come una specie di laboratorio, ma non sono costantemente presente, dipende dal tempo che mi lascia la vita “reale”, che ha tutta una serie di problematiche che ti mantengono bello in forma.




Le sue strisce hanno sicuramente tenuto compagnia a chi da casa stava affrontando il lockdown, ma è stato d’aiuto anche a lei? Raccontare la pandemia in “Andrà tutto bene”, le ha fatto affrontare meglio il periodo nel quale ci siamo ritrovati a vivere? 

Mi ha aiutato a elaborare una situazione difficile anche per me. Poiché viaggio con la fantasia, mi immaginavo scenari terrificanti che si alternavano con la sicurezza da scienziato che tutto sarebbe andato bene, alla fine. In mezzo, ho costruito le mie strisce, come valvola di sfogo tra i due atteggiamenti mentali, inconciliabili.