Cinema, Le ferite del Covid-19 e il ruolo dello streaming

Cos’è successo al cinema post coronavirus? L’industria ancora non si è ripresa e arranca soprattutto oltreoceano. Il legame internazionale con le grandi major americane consegue in una sofferenza economica globale. Le multinazionali di Hollywood optano perciò per una nuova strada, quella dello streaming



13 Ott. – La pandemia da Covid-19 è stata portatrice di danni enormi per l’intera economia mondiale. Tutti i settori, in modi diversi, hanno subito le avversità del nuovo stato delle cose. Non di meno lo è stato quello culturale, che in particolare per ciò che riguarda i cinema ha trovato complesse difficoltà che fatica a superare ancora ora. I motivi risiedono principalmente nello stop della distribuzione da parte delle grandi aziende d’oltreoceano, major dell’industria che tengono in piedi sale di tutto il mondo; Disney blocca l’uscita dei suoi film, altri grandi titoli vengono rinviati al 2020, i blockbuster arrancano al botteghino.



Sofferenza cinematografica, sale vuote 

La chiusura delle attività commerciali è stata la prima conseguenza del lockdown, tra queste anche i cinema. Riaperti solo dopo il periodo di stop, questi hanno comunque faticato a riprendere un normale corso di eventi e film. Questo a causa dell’ovvio legame con le catene di distribuzione spesso americane, e quindi irrimediabilmente compromesse dalla grave instabilità sanitaria degli Stati Uniti. Si tratta, per una recente ricerca Ansa, di una perdita nel solo mese di ottobre di circa il 78% delle presenze, differenza importante che soprattutto i gestori di piccole sale sentiranno concretamente. Se da una parte l’Italia è stata fortunata, considerando che il periodo di maggiore attività è proprio la stagione autunnale-invernale, d’altra parte la stretta connessione con l’egemonia americana ha fatto sentire la sua assenza. Tenet, opera ultima del regista Christopher Nolan, non ha avuto un’accoglienza – in termini di botteghino – sperata, perdendo quasi totalmente il bonus dell’impronta autoriale e la celebrità del nome, guadagnando circa 100milioni in più rispetto ai costi di produzione: risultato che si traduce in perdita.  

Dietro a questi evidenti sconfitte ci sono più fattori che si intrecciano, delineando una situazione generale più complessa. La paura del contagio è certamente ancora presente, potenziata dal timore comprensibile della staticità in un luogo chiuso che la visione di un film richiede. Ma, come dicevamo, non si tratta solo di una reticenza personale, bensì di una vera e propria assenza di blockbuster, pellicole cioè in grado di attirare in sale persone dalle caratteristiche più diverse: ad esempio, il rinvio al 2021 di Black Widow, l’ultimo film Marvel con protagonista Scarlett Johansson che, come qualsiasi iterazione di stampo supereroistico, sarebbe stato certamene in grado generare una discreta corrente di pubblico. Non solo, anche l’ennesimo rinvio (sempre all’anno prossimo) di No Time to Die, l’ultimo film della celebre spia inglese James Bond, ha avuto il suo impatto non trascurabile. Una situazione che ha permesso ad alcune produzioni italiane di puntare in alto al box office, come Lacci di Daniele Luchetti; da attendere con curiosità anche il risultato di Lockdown all’italiana di Enrico Vanzina che, visto l’innegabile appeal che questi prodotti hanno sul pubblico italiano, potrebbe arrivare a discreti risultati. Permane una situazione di grave incertezza non solo, in realtà, per quest’anno, ma anche per tutto il corso del 2021. Tralasciando quindi le dovute precauzioni nell’affermare che per gennaio l’emergenza potrà ritenersi conclusa, alcun delle produzioni hollywodiane più importanti hanno comunque già ricevuto rinvii verso il 2022: parliamo, ad esempio, di The Batman di Matt Reeves, con protagonista Robert Pattinson. Incerta anche la data d’uscita di Jurassic World, ultimo film della celebre saga.  

Si arriva così ad un altro importante punto della questione: il ruolo dello streaming e il ripiegamento verso di esso da parte delle grandi aziende.  



I film a casa: cambio definitivo o soluzione temporanea? 

Disney+, Amazon Prime, Netflix sono solo alcune delle piattaforme che stanno velocemente colonizzando il cinema. Se prima queste erano la casa di fortunate e celebri serie TV, ora (soprattutto dopo l’emergenza Covid) si spingono sempre più convintamente a raccogliere i resti di una distribuzione che, in termini di sale, arranca sempre più. Il caso più chiaro, e da cui prenderemo spunto, è quello di Disney.  

La casa di Topolino ha rilasciato la sua piattaforma un anno fa, generando introiti importanti, ma anche successi di critica e pubblico: The Mandalorian, la prima produzione seriale live action ad essere ambientata nell’universo di Star Wars, ha ricevuto elogi ed un impatto a livello culturale non da poco, arrivando ad ottenere ben 11 nominations agli Emmy Awards. Ciò che realmente ci interessa, comunque, è la recente decisione da parte di Disney di cambiare la destinazione di distribuzione a Mulan, ultimo blockbuster per tutte le età. Il film è arrivato al prezzo di circa 20 euro proprio su Disney+, mutando il suo formato da grande a piccolo schermo; scelta obiettivamente vincente, e che ha permesso alla multinazionale di evitare efficacemente le problematiche logistiche delle sale cinematografiche, soprattutto negli Stati Uniti. La fruizione in streaming diventa così un’alternativa concreta, su cui Disney conferma la fiducia con un’altra mossa: l’ultimo film Pixar Soul viene deviato in streaming, togliendolo – con le critiche delle grandi catene di cinema – dalla distribuzione in loco, arrivando cioè direttamente nelle case degli spettatori.  

Lo streaming non può essere tuttavia un sostituto, un’evoluzione del cinema classico.  Questo perché nella parola stessa, cinema, vi si ritrova un importante indizio sulla corretta fruizione richiesta dalla settima arte. Che sia da un punto di vista più emozionale, sulla goduria dell’esperienza in sala, oppure da uno più razionale, guardando cioè sia alla corretta visione del film sia ad un’intera classe lavorativa specifica del settore, che con la gestione delle sale cinematografiche vive e arricchisce il patrimonio culturale del proprio Paese.  



I grandi cambiamenti, quelli giusti 

Bisogna quindi cercare di analizzare il fenomeno provando anche ad estrarlo dal contesto eccezionale del Covid-19. La strada dello streaming già si rendeva appetibile ben prima dello scoppio della pandemia, ma risultava non conveniente sui grandi numeri. La distribuzione in sala cioè garantiva una certa sicurezza, in particolare per le grandi major, di introiti periodici. Successo ai botteghini che si traduceva in una ricchezza culturale per le sale, le quali potevano poi investire localmente, promuovendo pellicole di minor portata mediatica ma ugualmente interessanti. Riducendo il tutto ad un gioco di piattaforme streaming si rischierebbe così di togliere spazio a chi ne ha già poco, favorendo uno scontro tra colossi che, pur risultando in una sempre più oggettiva convenienza per il consumatore, causerebbe un ripiegamento su sé stesso.  

E’ importante perciò fare i conti con una realtà che in questo anno ha avuto bisogno dello streaming per sopravvivere, ma che tuttavia non può fare di esso l’evoluzione diretta della fruizione cinematografica, che sempre dovrà (dovrebbe) fare appello alla sala, sia come mezzo che come strumento di massima espressione della settima arte.