“Cucchi fu massacrato di botte dai carabinieri”. Il testimone Riccardo Casamassima conferma la rivelazione che ha riaperto il caso

Nella giornata di ieri, martedì 15 maggio, l’appuntato scelto dei carabinieri Riccardo Casamassima ha confermato le accuse nei confronti dei cinque colleghi per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta in ospedale nell’ottobre 2009, una settimana dopo l’arresto. Nonostante le pressioni ricevute in questo periodo da parte dei suoi colleghi, il militare ha deciso di presentarsi in tribunale e ha confermato la versione messa a verbale dal pm Giovanni Musarò che aveva precedentemente riaperto il caso.

«Il maresciallo Roberto Mandolini mi disse in caserma che un giovane era stato massacrato di botte dai ’ragazzi’, che io ho subito identificato con i militari che avevano proceduto all’arresto». Uno di questi cinque carabinieri è appunto Mandolini, il quale era presente in aula durante la deposizione di Casamassima e che è accusato di falso nella compilazione del verbale di arresto di Stefano Cucchi, e di calunnia nei confronti degli agenti della polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta. Alla sbarra ci sono anche Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro accusati di omicidio preterintenzionale, insieme a Francesco Tedesco.

Il nome di Stefano Cucchi è giunto a Casamassima grazie alla testimonianza della collega che poi è diventata la sua compagna, Maria Rosati, la quale si trovava nello stesso ufficio quando i carabinieri imputati cercavano di scaricare la colpa sulla polizia penitenziaria. “Mandolini disse che era successa una cosa brutta” confessa la donna davanti ai giudici d’assise “un casino con un ragazzo di nome Cucchi, lo avevano massacrato e stavano cercando di scaricarlo, ma non se lo voleva prendere nessuno”.

In tribunale Casamassima ha confermato anche il resto della deposizione, quella riguardante il figlio del maresciallo Mastronardi, anch’egli carabiniere. “Mettendosi le mani sulla fronte mi raccontò che nella notte dell’arresto vide personalmente Cucchi e lo vide ridotto male a causa del pestaggio subito. Disse che non aveva mai visto una persona ridotta così”.

A distanza di otto anni la famiglia Cucchi può finalmente assistere a un processo giusto, la cui base di partenza è che la causa della morte di Stefano è il pestaggio di cui si sono resi protagonisti coloro i quali lo avevano arrestato, di certo non la polizia penitenziaria come nei processi precedenti.
“Per anni io e la mia famiglia abbiamo rincorso la verità, abbiamo atteso troppo” dichiara Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, la quale ritiene il maresciallo Mandolini il principale responsabile di questi anni di bugie e attesa. “Ricordo bene quando venne in aula nel primo processo, quello sbagliato” dice la Cucchi riferendosi al maresciallo dei carabinieri, “a raccontarci la storiella che quella era stata una serata piacevole (quella dell’arresto) e che Stefano era stato anche simpatico”.

“Prima non potevo, non ho pianto per anni, nessuno della mia famiglia ha potuto” confessa Ilaria Cucchi C’era troppo da fare per ottenere giustizia in aula”.
Nove anni dopo la morte di Stefano Cucchi inizia un nuovo percorso di giustizia, un nuovo corso che molto probabilmente sarà in grado finalmente di far luce su una delle pagine più nere della storia recente della cronaca italiana.

Riccardo Ricci