Ancora sangue, ancora Daesh: attacchi in Francia ed Indonesia

Identità culturali in guerra, morti e feriti nella settimana degli arresti in Italia

Militarmente sconfitto. Ideologicamente recalcitrante. Un morto e quattro feriti in Francia, nella zona dell’Opéra. Dieci morti e quaranta feriti in Indonesia, a Surabaya. Daesh rimarca vivida la scia di sangue di propria matrice.

È un assassino di ventun’anni appena a colpire in terra transalpina. Ceceno di origine, in Francia con i genitori e già schedato per radicalizzazione. Armato di coltello ed al distorto grido di “Allah è grande”, alle 21 circa di ieri la lama del giovane s’è macchiata di morte. Ossimorica ancor più, perché in una zona fra le più vive di Parigi. Ucciso dalla polizia, Daesh rivendica.

Kamikaze in Indonesia. Colpite una chiesa cattolica, una pentecostale ed una calvinista. Aberrante il particolare di una assassina, fattasi saltare in aria assieme ai due figli piccoli. Coinvolti nell’eccidio anche un uomo e, in via di conferma da parte delle autorità, un’altra donna. Principali e fondati sospetti su un gruppo affiliato a Daesh, ma non ancora giunta rivendicazione ufficiale.

Stragi cruente a distanza di solo qualche giorno dagli arresti in Italia. Smantellata, grazie ai reparti speciali della Guardia di Finanza, una fitta rete di finanziamento del jihad. L’opera investigativa italiana si è tradotta anche nell’infiltrazione di agenti sotto copertura.

Assieme alla precisa volontà di uccidere e morire d’un ragazzo di ventun’anni e di una donna con i propri figli, riprova che la vera battaglia contro il fondamentalismo islamico – in questo periodo storico maggiormente sinonimo di Daesh, dopo l’avvicendamento di egemonia ai danni di AlQāʿida – vada urgentemente affrontata anche sul piano umanitario e culturale.

E se vittoria, per quanto fragile, possa dirsi in merito alla guerra in Medio Oriente, lo spettro fondamentalista e le condizioni sociali che ne alimentano l’essenza appaiono più vivide che mai. Il prossimo Daesh o AlQāʿida, il prossimo al-Baghdadi o Bin Laden, i prossimi giovani pronti a morire per uccidere, camminano già su questa terra.

Con buona “pace”, e certa parte di colpa futura come passata, di quella politica che trova proprio fine nel rifiutare, respingere e combattere, anziché integrare e quindi pacificare, identità culturali differenti dalla propria. Alimentando la paura di coloro che siano altro da sé. Rendendo senza fine, il circolo della morte.