L’autopsia conferma: “È stata strangolata”. Sana Cheema è l’ennesima vittima di una follia chiamata “omicidio d’onore”

“Osso del collo rotto, è stata strangolata”. È questo il responso dell’autopsia di Sana Cheema, la ragazza italo-pachistana trovata senza vita lo scorso 18 aprile in Pakistan. Viene dunque smentita l’ipotesi di causa naturale fatta trapelare dalla famiglia di Sana subito dopo il suo decesso. I risultati del laboratorio forense del Punjab, in seguito alla riesumazione del cadavere della ragazza, escludono categoricamente questa strada.
Si tratta quindi di un omicidio causato, come si legge nel referto medico, dalla rottura dell’osso del collo in seguito a uno strangolamento.


Il movente dell’omicidio che ha portato alla morte di Sana per mano dei suoi familiari sarebbe, secondo gli inquirenti, il rifiuto da parte della ragazza di sposarsi con un parente imposto dalla famiglia. Lo scorso 24 aprile le autorità pakistane hanno arrestato il padre Mustafa Ghulam, il fratello Adnan Cheema e lo zio Iqbal Mazhar, mentre cercavano di fuggire in Iran, con l’accusa di omicidio e sepoltura senza autorizzazione. Sarebbero coinvolti anche un cugino che avrebbe guidato la macchina con all’interno il cadavere della ragazza fino al luogo di sepoltura, e il medico che ha firmato il certificato di morte.

Gli avvocati dei tre arrestati continuano a difendersi sostenendo che la morte sia avvenuta in seguito ad un malore e che la ragazza qualche giorno prima si era sentita male per strada ed era stata portata in ospedale. Tuttavia, l’autenticità dei documenti che attestano tale versione è stata confutata definitivamente dai risultati emersi ieri dall’autopsia.

La ragazza aveva la doppia cittadinanza italiana e pachistana ed era cresciuta a Brescia dove sarebbe dovuta tornare il giorno dopo la sua morte. Era tornata in Pakistan da alcuni mesi, a novembre, nel piccolo villaggio nel distretto di Gujrat, dove è stata sepolta il giorno dopo il suo decesso. Nessuno dei suoi familiari aveva sporto denuncia e il padre aveva fatto sapere che Sana era morta per un malore, forse un infarto.
Solo in seguito alle pressioni degli amici italiani e della comunità pakistana in Italia, i quali chiedevano a gran voce che la salma fosse riesumata e che venisse eseguita un’autopsia, lo scorso 25 aprile alle 8,30 il corpo della giovane è stato riesumato e messo a disposizione dei medici per l’autopsia, i cui risultati sono stati pubblicati nella giornata di ieri.

La triste vicenda di Sana Cheema somiglia moltissimo alla storia di Hina Saleem, anch’essa pakistana di Gujrat che viveva da anni a Brescia e anch’essa uccisa dai parenti come punizione per non volersi adeguare agli usi tradizionali della cultura d’origine. Hina fu uccisa e sepolta nel giardino di casa nell’agosto del 2006 perché rifiutò di sposarsi con un marito imposto dalla sua famiglia.

A dodici anni di distanza dall’omicidio di Hina, la storia di Sana è la prova evidente che la lotta contro i cosiddetti “delitti d’onore” è lontana dall’essere vicina alla conclusione. In alcune regioni del Pakistan il “karo-kari” è una triste realtà, una piaga che sopravvive anche alle leggi. Consiste nell’uccisione di un membro di una famiglia o di un gruppo sociale da parte di altri membri, a causa della convinzione che la vittima abbia portato disonore alla comunità di appartenenza. Una volta che una donna è etichettata come kari (adultera), i parenti si considerano autorizzati a uccidere lei e il karo coimputato per ripristinare l’onore della famiglia. Nella stragrande maggioranza dei casi la vittima è di sesso femminile e gli aggressori sono membri maschili della famiglia.
Uno dei casi più noti è quello della star dei social media Qandeel Baloch, attrice e modella pakistana drogata e strangolata da suo fratello in seguito alla pubblicazione sul web di video provocatori che la fecero diventare una delle personalità più ricercate della rete. Venne uccisa il 15 luglio del 2016 dal fratello Muhammad Wasim, il quale confessò che aveva agito per difendere l’onore della sua famiglia

“Non ha senso progredire con la tecnologia quando non si riesce a fare lo stesso con le idee” è l’appello lanciato da Zarish Neno, freelancer e disegnatrice pachistana rientrata nel suo paese d’origine nel 2016 dopo aver vissuto a lungo in Italia. “Ci stiamo muovendo verso l’intelligenza artificiale, un progresso che però non sembra coincidere con la mentalità di molte persone che abitano questo mondo. L’Occidente non si volti dall’altra parte” conclude la fondatrice e presidente del Jeremiah Education Centre, una fondazione che opera nel Punjab con lo scopo di educare e scolarizzare i bambini impossibilitati a frequentare la scuola per cause finanziarie e per sensibilizzare la promozione dei diritti delle donne, “per cambiare le cose abbiamo bisogno di voi. C’è un disperato bisogno di comprendere i cambiamenti che avvengono nella nostra società sotto forma di educazione delle ragazze, lavoro delle donne e persino matrimoni liberi. Per questo, il ruolo più importante spetta ai media della società occidentale”.

Riccardo Ricci