Amnesty International, ‘migliaia esecuzioni segrete in Cina’

Amnesty International, l’organizzazione internazionale che lotta contro le ingiustizie e difende i diritti umani, annuncia che, nel suo rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo, la Cina è lo Stato che nel 2017 ha eseguito il maggior numero di condanne a morte, sottolineando inoltre che la reale dimensione dell’uso della pena capitale nel Paese asiatico è sconosciuta, poiché i dati relativi sono considerati segreto di Stato. Pertanto, il totale di 993 esecuzioni registrate nel mondo dall’organizzazione nel 2017 e riportate nel rapporto «non comprende le migliaia che si ritiene abbiano avuto luogo in Cina».

L’organizzazione internazionale, «ha monitorato l’uso della pena di morte nel corso dell’anno, così come le sentenze giudiziarie inserite nel database nazionale pubblico, il China Judgements Online della Corte suprema del popolo», si legge nel rapporto. «Ancora una volta, Amnesty International ritiene che la Cina sia il paese che esegue la maggior parte delle sentenze capitali nel mondo, mettendo a morte più persone rispetto al resto degli stati mantenitori messi insieme». Amnesty «ha rinnovato la sfida alle autorità cinesi di essere trasparenti e rendere tali informazioni disponibili al pubblico».

Ma Amnesty riferisce anche che, in contrasto con quanto prevede il diritto internazionale, 15 Stati hanno emesso o eseguito condanne a morte per reati connessi alla droga, con un numero record nella regione Medio Oriente-Africa del Nord, mentre la regione Asia-Pacifico si conferma quella col maggior numero di stati che usano la pena di morte per quel genere di reati. Amnesty International ha registrato esecuzioni per reati connessi alla droga in quattro stati: Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore.

Iran e Malesia hanno emendato la legislazione per ridurre l’uso della pena di morte per i reati connessi alla droga. In Iran, sono state inoltre eseguite almeno cinque condanne a morte nei confronti di persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni, e nei bracci della morte di questo stato, alla fine del 2017, ve n’erano almeno altri 80. Persone con disabilità mentale o intellettuale sono state messe a morte o sono rimaste in attesa dell’esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa. Sono stati inoltre registrati parecchi casi di persone condannate a morte dopo aver “confessato” reati a seguito di maltrattamenti e torture in Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq. L’organizzazione sottolinea che l’impatto dei passi avanti registrati nel 2017 si vedrà nei prossimi mesi e anni, ma “la circostanza che alcuni stati abbiano compiuto passi indietro o abbiano minacciato di farlo rende la campagna per l’abolizione della pena di morte più necessaria che mai”. Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International ha evidenziato che “negli ultimi 40 anni abbiamo assistito a mutamenti positivi rispetto all’uso globale della pena di morte, ma occorrono altre misure urgenti per fermare l’orribile pratica dell’omicidio di stato”.