Roma, l’impresa è compiuta: è semifinale

È tutto vero. Ieri sera la Roma ha rimontato il 4-1 dell’andata ed ha eliminato il Barcellona vincendo 3-0. I gol di Dzeko, De Rossi e Manolas regalano alla squadra giallorossa l’impresa più grande della sua storia. Per la prima volta da quando esiste la Champions League la Roma è in semifinale, per la seconda volta se si considera la vecchia Coppa dei Campioni. Bisogna riavvolgere il nastro di trentaquattro anni per vedere i giallorossi tra le prime quattro squadre della massima competizione europea. La Roma di Nils Liedholm batteva 3-0 gli scozzesi del Dundee United ribaltando il 2-0 dell’andata e si qualificava per la finale, poi persa ai rigori contro il Liverpool.

La partita
Mister Di Francesco sorprende tutti schierando un inedito 3-5-2 con Juan Jesus titolare e Schick al fianco di Dzeko. Il Barcellona si schiera con il consueto 4-4-2 di Valverde, con il gioiello Dembèlè ancora in panchina. L’approccio è quello giusto. Pressing a tutto campo e Roma subito in vantaggio. Al 6’ minuto De Rossi alza la testa e lancia in verticale Dzeko, il quale si libera nello spazio tra Umtiti e Jordi Alba, controlla con il destro e batte Ter Stegen con il sinistro. 1-0. Lo stadio Olimpico, gremito in ogni posto nonostante le minime speranze di qualificazione, si compatta ancor di più al fianco della propria squadra in un coro unanime e incessante. La pressione giallorossa non ha pause, Schick va vicino al gol del 2-0 in due occasioni. In particolare al 37esimo, quando l’attaccante ceco, autore di una grande prova di sacrificio, riceve da solo in area un cross perfetto dalla destra dopo una sovrapposizione di Fazio (sì, sovrapposizione di Fazio!) spedendolo fuori di poco. Prima della fine del primo tempo la Roma ha altre due occasioni con Dzeko sugli scudi e Ter Stegen attento. Il primo tempo termina con un risultato troppo stretto per la mole di gioco proposta dai ragazzi di mister Di Francesco. I fantasmi del passato sono dietro l’angolo, la semifinale è ancora un sogno lontano, ma non troppo. Perché i ragazzi stanno facendo il massimo e il Barcellona sembra non esserci, e ora sembra essere preoccupata, non ancora impaurita.

Il secondo tempo comincia sulla stessa falsariga del primo, con la furia giallorossa ad assalire i blaugrana. Al 57esimo la vera svolta. Nainggolan verticalizza per Dzeko che scappa oltre la linea difensiva catalana, difende il pallone egregiamente sul ritorno di Piquè il quale stende il centravanti bosniaco quando questi era in procinto di calciare a tu per tu con Ter Stegen. I settantamila dell’Olimpico, e non solo, gridano al rigore, l’arbitro francese Turpin non fischia, ma dopo qualche interminabile secondo indica il dischetto su indicazione decisiva dell’arbitro di porta. Dagli undici metri va De Rossi. Il pallone pesa molto più dei 450 grammi previsti dal regolamento, ma Daniele è uno che ha calciato un rigore nella finale di una coppa del mondo. E l’esito è lo stesso di dodici anni fa. Gol. 2-0 a 33 minuti dalla fine. Ora il sogno è lì, a un passo, a un solo gol. Non è più un sogno, ma forse per quei ragazzi che continuano a schiacciare i campioni spagnoli nella propria area non lo è mai stato. Per loro è sempre stato un qualcosa in cui credere per davvero, un obiettivo realizzabile, alla loro portata. E ora c’è da fare l’ultimo sforzo, quello decisivo. Il monologo giallorosso continua senza soluzione di continuità. De Rossi di testa va a mezzo metro dalla doppietta, il subentrato El Shaarawy in spaccata su preciso cross di Florenzi viene neutralizzato da una grande parata di Ter Stegen. I minuti passano troppo velocemente e gli spettri del passato sono sempre lì, dietro l’angolo. Non sarebbe la prima volta che la Roma arriva solo a un passo dall’impresa e termina con la Curva Sud che canta “che sarà sarà” per ringraziare e sostenere lo spirito e l’impegno dei giocatori. Ma stavolta non è una di quelle volte, stavolta è tutto diverso. Stavolta deve esserci un esito diverso. La speranza è comune: “non può sempre andare male”.
È il minuto 82. Under, entrato da qualche minuto al posto di un esausto Nainggolan, si guadagna un calcio d’angolo sulla destra e calcia dalla bandierina un cross teso per la testa di Manolas. Il centrale greco devia il pallone sul secondo palo. Ter Stegen è immobile, la rete si muove. Il greco inizia a correre senza meta con gli occhi fuori dalle orbite e le braccia protese in stile Tardelli. Florenzi e Under si portano le mani tra i capelli increduli, De Rossi e Dzeko esultano con rabbia, Kolarov corre dalla parte opposta e va a dire ad Alisson di tenersi pronto per trasformarsi in supereroe, perché ora ci sarà bisogno anche di lui. Di Francesco non esulta, urla contro i suoi di tornare in campo e pensare ai successivi dieci minuti, i più importanti, perché sa che anche un minimo calo di tensione vanificherebbe tutto. Ora il sogno è realtà. Adesso c’è solo da aspettare quel triplice fischio. Ma prima, si sa, ci sarà da soffrire.  I minuti che prima sembravano secondi si trasformano improvvisamente in interminabili ore. Al 92esimo tre giocatori del Barcellona partono in fuorigioco, tutti fissano la bandierina del guardalinee che però non si alza, senza motivo apparente. Allora ci si deve affidare all’ultimo baluardo che difende la porta della Roma. La richiesta di Kolarov è stata ascoltata, Alisson abbandona la sua area e sradica il pallone dai piedi di Piquè con un’uscita a valanga. Infondo Alisson è il portiere del Brasile. Ma non basta. Il pallone arriva tra i piedi di Dembèlè, entrato da qualche minuto, il quale calcia verso la porta sguarnita. Il francese è forte, è stato pagato oltre 120 milioni di euro, la sa calciare una palla da 40 metri. Ma stavolta è tutto diverso. Tutto lo stadio soffia quel pallone oltre la traversa prima di esplodere in un urlo meno forte ma intenso come quello successivo al terzo gol.

Dopo quattro minuti di recupero l’arbitro francese fischia per tre volte. Lo stadio impazzisce di gioia. I giocatori si abbracciano. La domanda che ogni romanista si pone è la medesima: “è tutto vero?”.
Sì, stavolta è vero. Stavolta è tutto diverso. La Roma è in semifinale di Champions League. Proprio come trentaquattro anni fa.

L’impresa è compiuta. La Roma ha battuto 3-0 il Barcellona. La squadra ha giocato la partita perfetta per 94 minuti. Ogni singolo calciatore ha contribuito in maniera decisiva con una prestazione maiuscola. Dzeko e De Rossi hanno trascinato la squadra dall’inizio alla fine, Manolas ha realizzato il gol decisivo, ma il capolavoro ha una firma su tutte, quella di Eusebio Di Francesco. L’ex allenatore del Sassuolo, con un’umiltà che lo distingue dalla maggior parte dei suoi colleghi, ha zittito tutti. Tacciato di integralismo tattico da quando ha messo piede a Trigoria, ieri ha schierato la sua squadra con un modulo inedito e ha concesso zero occasioni da gol al Barcellona ingabbiando Messi, autore di un solo tiro in porta in 90 minuti, e proseguendo l’incredibile statistica di zero gol subiti nelle gare casalinghe di questa edizione di Champions League. Il suo più grande merito è di non aver mai smesso di credere nelle sue idee, quelle per le quali è stato scelto per allenare la Roma. Con compostezza, serietà e perseveranza Di Francesco ha sempre continuato per la sua strada e ieri sera ha trionfato, portando la Roma tra le prime quattro squadre d’Europa. Prima di lui solo Liedholm c’era riuscito, né Capello, né Spalletti, né nessun altro. Anzi, nessuno dei suoi predecessori era solo andato vicino ad una simile impresa.
“La nostra forza è guardare avanti e ambire sempre a qualcosa di più” analizza lucidamente a fine partita il mister, “perché non credere di arrivare in finale a Kiev? Non dobbiamo dire ‘come va va’, sarebbe un accontentarsi, invece noi ci vogliamo andare, questo è il nostro obiettivo”. La serata di ieri obbliga a credere alle sue parole perché sognare non solo non costa nulla, ma sognare è necessario per raggiungere ogni tipo di obiettivo, anche il più insperato.

Riccardo Ricci