50 anni fa moriva Martin Luther King.

Menphis, 4 aprile 1968. L’icona per i diritti civili e premio Nobel per la pace, Martin Luther King, viene ucciso da un colpo di fucile, un Remington 760, che gli entrò nella guancia destra spaccandogli la mascella e diverse vertebre mentre scendeva lungo il midollo spinale, tagliando la vena giugulare e le arterie maggiori prima di fermarsi sulla spalla. King venne portato al St. Joseph Hospital, dove fu dichiarato morto un’ora dopo essere stato colpito.

Alcuni testimoni raccontarono di aver visto un uomo, James Earl Ray,  fuggire da una casa affittacamere dall’altra parte della strada, dopo lo sparo. Ray fu arrestato dopo una caccia all’uomo a livello mondiale all’aeroporto Heathrow di Londra circa due mesi dopo.

Clara Jean Ester, all’epoca giovane studentessa universitaria e attivista per i diritti civili, si trovava al Lorraine Motel di Memphis proprio per ascoltare il leader della lotta non violenta degli afro-americani, ma non avrebbe mai immaginato quello che sarebbe successo poco dopo. Oggi , a 50 anni di distanza a voluto raccontare quello che ha vissuto. Poco prima dell’omicidio, insieme ad una sua compagna di studi, aveva salutato King, ed in seguito al secondo sparo erano corse su per le scale del parcheggio, trovandosi di fianco alla vittima. Quella scena, ancora nitida nella sua mente, non l’ha fermata, anzi da quel momento decise di emulare nel suo piccolo Martin Luther King, laureandosi e poi dedicandosi al volontariato nel suo quartiere lavorando nell’organizzazione United Methodist Church Women’s.

Un anno prima, nel 1963, Martin Luther King aveva guidato, a Washington, la “Marcia per il lavoro e la libertà” al termine della quale aveva tenuto il suo discorso più celebre con la frase: “I have a dream”. Quel discorso ha ispirato non solo la popolazione di colore degli USA, ma tutti coloro che, ancora oggi, sono vittime di razzismo, soprusi e privazioni da parte di altri, solo perchè appartenenti a diversa religione, etnia o ideologia politica.

“Io sogno che un giorno, i miei quattro figli piccoli, possano crescere in una nazione dove non vengano giudicati per il colore della loro pelle, ma per il contenuto della loro personalità”. Parole che sembrano, anzi sono, dannatamente attuali.

James Earl Ray, con quel colpo di fucile, forse pensava di annientare il movimento per la parità dei diritti civili, in realtà non fece che rafforzare l’idea che solo con la lotta, il sacrificio e si, l’amore per il prossimo, si possa arrivare a quel principio di uguaglianza sancito da tutte le costituzioni delle moderne democrazie. James Earl Ray, non uccise Martin Luther King, lo consegnò all’eternità.

Claudio Guiducci