L’interminabile scontro tra le due culture

È una discussione che va avanti da decine e decine di anni quella che riguarda il binomio fra cultura scientifica ed umanistica. Spesso contrapposte, quasi come l’una fosse l’antitesi dell’altra, altrettanto spesso semplicemente confrontate. La discussione assume carattere peculiare in una nazione, l’Italia, da sempre antropologicamente più orientata verso una cultura umanistica in maniera più o meno corretta, più o meno fuorviante. Jürgen Habermas, filosofo, storico e sociologo tedesco, sostiene che le scienze empiriche della natura non possono avere il monopolio della scientificità e che, d’altra parte, sono del tutto legittime nel loro specifico ambito. Si tratta dunque, per Habermas, di riconoscere l’eguale legittimità nei loro rispettivi contesti alle scienze naturali e alle scienze dell’uomo. Habermas parte dall’idea che non c’è sapere che non sia mosso da un interesse. Per lui le prime, ovvero le esatte, sono mosse da un interesse tecnico verso il mondo esterno, teso ad intervenire nei processi naturali ed a dominarli. Tuttavia essendo gli scienziati una comunità che discute le teorie che produce, utilizzando norme e principi indipendenti dalla ricerca scientifica in senso stretto, essi hanno bisogno di intesa reciproca. Il pensiero di Habermas è assimilabile a quello di Umberto Eco quando parlò dell’imparzialità giornalistica sostenendo che un giornalista non è mai completamente imparziale in quanto nel momento stesso in cui seleziona ciò di cui vuole parlare sta, per l’appunto, eseguendo una scelta, in parte certamente influenzata dall’ipotizzabile maggior rispondenza ai valori notizia (una serie di criteri che contribuiscono alla notiziabilità di un certo avvenimento o evento) ed in parte influenzata da credenze personali. Questa breve digressione voleva dimostrare quanto, molto probabilmente e seppur spesso contrapposte, nessuna delle due culture scientifiche può sopravvivere se completamente privata dell’altra.

Fatto sta che il dibattito ha continuato e continua a galoppare, alimentato da testi più o meno discutibili e da forti prese di posizione, altrettanto più o meno discutibili, di persone che godono di una certa rilevanza in materia e che, dunque, hanno conseguentemente una certa influenza. Alcuni hanno crocifisso la stessa cultura umanistica italiana, come detto in apertura più influente rispetto alla scientifica, sostenendo che essa abbia una buona parte di responsabilità anche per quanto concerne la più difficoltosa ripresa italiana, in paragone ai paesi dove il paradigma scientifico risulta più forte, dalla crisi economica e sociale in cui continuiamo, con timidi accenni ad una ripresa di fatto non percepibile, a stagnare. Peccato che buona parte dei nostri brillanti cervelli che hanno perseguito una altrettanto brillante carriera all’infuori dei confini nazionali abbiano avuto, molto spesso, un’impostazione data proprio da studi umanistici – si veda, fra i tanti, la direttrice del Cern, Centro europeo ricerca nucleare, di Ginevra, Fabiola Giannotti, diplomata al liceo classico -.

Come detto all’inizio il fatto che in Italia la cultura umanistica sia predominante è un qualcosa di antropologico che può esser fatto, forse, risalire addirittura al Rinascimento ed al suo creare la figura dell’artista come genio più spesso caotico e confusionario che ordinato e preciso. Tuttavia buona parte della responsabilità di una distinzione sempre più netta può esser fatta risalire al secolo scorso dove il dominio della ragione tecnica ha trionfato rispetto alla filosofia o al pensiero portando a risultati mostruosi quali gli stermini di massa, la sperimentazione umana o la soppressione di tutti quanti fossero considerati “scientificamente” anormali. A riguardo del ruolo svolto dalle scienze, in particolare quelle esatte, durante l’Olocausto non è possibile esprimersi meglio di quanto abbia fatto nel testo Modernità e Olocausto il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman:

“Il potenziale di morte contenuto nei più celebrati principi ed esiti della scienza moderna […], l’emancipazione della ragione dalle emozioni, della razionalità dai vincoli normativi, dell’efficenza dall’etica è stato il grido di battaglia della scienza fin dai suoi esordi. Una volta messa in pratica, però, tale emancipazione ha trasformato la scienza e le formidabili applicazioni tecnologiche da essa scaturite in docili strumenti nelle mani di un potere senza scrupoli. L’oscuro ed ignobile ruolo che la scienza ha svolto nell’esecuzione dell’Olocausto è stato sia diretto sia indiretto”.

Probabilmente è stato proprio questo, fra i tanti, l’avvenimento che maggiormente ha macchiato l’immagine della scienza empirica portando, a seguito della seconda guerra mondiale, un ritorno ad un equilibrio conflittuale che, in parte e per la violenza delle posizioni che a volte il dibattito porta con se, ricorda l’equilibrio del terrore fra Usa e Urss durante gli anni della guerra fredda – curioso peraltro che quest’equilibrio fosse mantenuto grazie al reciproco possedimento di uno dei più inquietanti ed eticamente decisamente discutibili esiti della ricerca fisica, la bomba nucleare -. Tuttavia è vero che l’Italia rimane ancora paralizzata dalla sua inefficienza. La mancanza dell’ordine – si veda il mostruosamente caotico sistema burocratico – rende di fatto il paese, seppur profondamente umanisticamente orientato, spesso incapace di salvaguardare quei diritti tanto ostentati proprio per la mancanza di quell’ordine caratteristico della logicità e del pensiero scientifico-matematico.

Allora quale potrebbe essere l’eventuale soluzione? Si potrebbe innanzi tutto piantarla con inutili teatrini – come il “processo” al liceo classico – o discutibili utopie – come chi ritiene che i musei italiani siano troppo poco cari rispetto ad altri esteri, dimenticando che uno dei musei più importanti e visitati al mondo, il British Museum, è admission free, ovvero gratis, e che la cultura serve a poco o nulla se non è accessibile a tutti – che, di fatto, poco o nulla portano alla risoluzione della contrapposizione e si dovrebbe, forse, iniziare a comprendere che ogni scienza, come sostenuto da Habermas, e pienamente legittima nel suo specifico ambito. Si dovrebbe poi prendere consapevolezza del fatto che le due culture sono interdipendenti e, allo stesso tempo, portatrici di modi differenti di pensare e di agire che possono comunque convivere pacificamente. La cosa più importante, per quanto concerne ancora l’Italia, è far partire un profondo rinnovamento dell’istruzione. Iniziando con il sostituire docenti svogliati e oppressi dal sistema burocratico con docenti preparati e tuttavia disoccupati anche grazie ad una ferrea rigidità sindacale. Occorrono docenti in grado di far comprendere l’importanza di ciò che appare inutile, l’importanza di studiare materie che non amiamo, occorrono investimenti – l’Italia investe per l’istruzione lo 0,88% del proprio PIL contro l’1,07 della Germania, 1,27 del Regno Unito e 1,39 della Francia – in Università e ricerca perché abbiamo ancora molti meno laureati che altri paesi europei – dato al quale contribuisce probabilmente la staticità di un sistema educativo fossilizzato -. Perché per uscire dalla crisi non serve, o non basta, sopprimere una cultura umanistica che, peraltro, ha contribuito in tempi passati a rendere l’Italia una grande nazione ma serve ricerca, innovazione, tecnologia e salvaguardia del nostro straordinario patrimonio umanistico.

E. C. Fiorenza