“Not In This Lifetime”: la dolce ironia dei Guns ‘N Roses arriva in Italia e sorprende il mondo

Il ritorno dei “veri” Guns ‘N Roses in Italia, dopo 24 anni, è stato un incredibile trionfo di emozioni nostalgiche e magia; una, tanto insperata quanto agognata, scarica d’ adrenalina in puro stile anni novanta; un tripudio di energia esplosiva, che è riuscita a sconfiggere gli spietati limiti del tempo. Un evento sicuramente unico nella storia della musica contemporanea.

Preghiere esaudite

“Not In This Lifetime” è il nome del Tour che negli ultimi mesi sta rinvigorendo gli appassionati ed assetati di rock in tutto il mondo. La tappa di sabato, 10 giugno, è stata la sola ed unica in Italia; rendendo il concerto di Imola l’ occasione irripetibile di prendere parte fisicamente ad una delle reunion più inaspettate e desiderate di sempre. I biglietti, usciti qualche mese fa, infatti, sono andati letteralmente a ruba.

“Non in questa vita”, quindi, diceva e ribadiva qualche tempo addietro Axl Rose (fondatore, frontman, voce e piano della band) quando, sovente, gli si chiedeva di un’ eventuale ricomposizione dei Guns ‘N Roses. Nemmeno i fan più ottimisti, fino a due anni fa, di fatto, potevano immaginare che queste parole di discordia sarebbero invece diventate un indelebile e possente acuto nel piatto e fermo scenario musicale odierno.

Una dolce ironia che ha inebriato 90 mila persone: una abnorme quantità eterogenea di fan che andavano dai vecchi, fedeli seguaci della band di Los Angeles ai ragazzini che hanno visto da sempre Slash (incredibile chitarra solista e coro) ed Axl come figure leggendarie e distanti, perciò, dalla realtà tangibile.

Il “last hug” tra Axl e Slash a Buenos Aires, nel 1993.

In tantissimi hanno atteso questo momento da quel 1996 (anno dello scioglimento definitivo del gruppo), consci della storia controversa della band e disillusi dal rapporto tesissimo che è intercorso tra i suoi membri (in particolare tra Axl e Slash), a tratti tendente all’odio.

In tantissimi, da quel momento, hanno atteso, sperato e pregato.

E – quando c’era meno da aspettarselo – il dio del rock, dal suo regno di rovine e decadenza, ha ascoltato e compreso le parole ed i sogni della gente.

Preghiere esaudite: i Guns ‘N Roses sono tornati!

 

Contro i limiti del tempo

I Guns ‘N Roses sono tornati. Questo lo si sapeva da più di un anno.

Ma, ad onor del vero, dall’annuncio della reunion (avvenuta il 5 gennaio 2016 con l’ufficializzazione della loro partecipazione al Cohacella Festival), le prime uscite della band sono state oggetto di una critica abbastanza negativa, riscontrando dissensi anche da un pubblico che aveva ritrovato un Axl completamente trasformato, nell’aspetto e nella voce: ingrassato di molto, scarico e con un ugola d’oro arrugginita.

Uscito, tra l’altro, da una parentesi non proprio positiva con gli AC/DC (in sostituzione di Brian Johnson).

Il 1 aprile 2016 i nuovi GnR si esibiscono al Troubadour di Los Angeles: il locale che li ha visti nascere 30 anni fa.

Certo, il tipo di musica che i Guns ‘N Roses hanno regalato alla storia moderna – riconosciuto dagli esperti come Sleaze Rock (sottocorrente dell’ Hard Rock e dell’Heavy Metal), non ha favorito un riavvicinamento rapido alla scena internazionale da parte di un cantante che venti anni fa raggiungeva – per natura – le cinque ottave di estensione e che, per di più, ha trascorso una vita tra eccessi di ogni sorta.

Axl Rose era lontano da quella figura di sesso, trasgressione e rock ‘n roll, che un volta, incarnavano la sua musica, il suo tempo, le sue parole, la sua vita e la sua particolare e diversa profondità.

Il tempo è tiranno; e gli amanti della buona musica della seconda metà del XX secolo, proprio in questi anni, se ne stanno lentamente rendendo conto.

L’impressione, concerto dopo concerto, nelle tantissime date del tour, era quella di un riavvicinamento graduale ed arduo contro i visibili ed inevitabili limiti del tempo.

Ma proprio ieri; proprio in Italia; proprio ad Imola, questi dannati limiti del tempo si sono dovuti inchinare ad uno spirito più grande e potente: che è lo stesso che scorreva nelle vene gonfie di Slash in un “November Rain” del 1992; lo stesso poderoso ardore che muoveva le corde vocali – acutissime e profondissime e graffiatissime –  di Axl Rose a Tokyo, un quarto di secolo fa, incantando il mondo con un intro memorabile di Sweet Child O’ Mine (una delle più belle poesie d’amore di sempre del rock).

Quello stesso spirito, ieri, ha ripreso definitivamente la vita che celava dietro le tantissime primavere di follia e rovina; ha liberato la forza imprigionata nel fiore della discordia; l’elettrizzante e vivo sentimento umano che, riemergendo dagli abissi della memoria, ha donato ai presenti ed al mondo, un serata indimenticabile, passata già agli onori della critica.

Il concerto

Una serata indimenticabile per tutti. Sicuramente ancor di più per quei 90 mila fortunati che, aiutati da grandi maxi schermi sparsi per il prato, hanno potuto apprezzare nei minimi particolari gli attimi superbi di tecnica e passione dei leggendari assoli di Slash.

Il concerto ha visto un’ attesa che valeva la sua importanza: molti hanno aspettato in tenda, dalla sera prima, l’apertura dei cancelli (avvenuta alle 10 del mattino). Dati gli ultimi avvenimenti di cronaca, il livello di sicurezza dell’autodromo  Enzo e Dino Ferrari di Imola è stato notevolmente aumentato.

Lo show inizia nel tardo pomeriggio con Phil Campbell and the Bastard Sons ed i Darkness a scaldare un’ aria che è già molto calda. Non sono ancora le 21:00 quando arriva il momento tanto atteso e sognato da tutti: Slash – con il suo mitico e mistico cilindro – e Duff McKagan (storico bassista del gruppo) sono sul palco ed intonano It’s so easy; poco dopo vengono raggiunti da un Axl Rose in pieno stile Axl Rose: camicia alla vita e giacca di pelle.

Tutto sembra ritornato indietro di due decenni, lo si percepisce sin da subito.

La scaletta si compone di una serie di capolavori, la maggior parte ripresi dalla loro opera magna, Appetite For Destrucion: 8 canzoni di questa pietra miliare del rock vengono riproposte.

“You know where you are?” urla a squarciagola Axl (magari ripensando a quel barbone che gli ispirò un cult senza tempo).

Il pubblico sa bene cosa rispondere e così parte il delirio della verità: Welcome To The Jungle.


Già dopo una manciata di canzoni i fan sono totalmente presi; avvolti in una magia nostalgica ma, allo stesso tempo, potente ed aggressiva. Poi una sequenza impegnativa e senza fiato con Live ad Let Die, Rocket Queen e You Could Be Mine consegna alla scena musicale di oggi una vera e propria lezione di tecnica e precisione.

Le sinuose movenze di Axl (anche se non vertiginose e sensuali come quelle di un tempo), lo statuario ed iconico Slash con i capelli davanti gli occhi ed il suo tocco divino, accompagnati dall’ impeccabile Duff, portano la mente ed il corpo a viaggiare tra un glorioso passato ed un incredibile presente.
Gli spazi sono ben divisi e nella prima parte dello spettacolo vengono riproposti addirittura dei pezzi di Chinese Democracy (per il quale si incrinò il rapporto tra i due leader e si sciolse la line up storica della band).

Dopo una grande prova di canto di Duff, con la cover dei Attitude dei Misfits,  Slash fa un dono al pubblico italiano celebrando un noto simbolo di italianità con un assolo riuscitissimo e finemente interpretato sulle note di Love Theme From Godfather, la famosa colonna sonora de Il Padrino.

Il brano a sorpresa della serata è Yesterday dall’album  Use your Illusion II, inserito in scaletta raramente durante il Not In This Lifetime Tour.

Arriva così il momento della canzone che ha innalzato i Guns ‘n Roses all’olimpo del rock; l’ inconfondibile riff di Slash apre gli animi di un pubblico impazzito e totalmente ipnotizzato dalle parole Axl Rose poeta e di una leggendaria ed eterna Sweet Child O’ Mine.

Successivamente un’ altra altissima prova di musica, con la cover di uno dei più grandi brani di sempre: Wish You Were Here dei Pink Floyd.

Verso la fine, ancora dei brani storici come l’immortale November Rain, con un’ introduzione al piano sulla base di Layla dei Derek and The Dominos del grandissimo Clapton. Poi ancora una cover, forse la migliore del loro repertorio, forse una delle migliori cover di sempre: la fortunatissima e deflagrante Knockin’ on Heaven’s Door.

La folla è totalmente in estasi, incantata da una voce, quella Axl che, sebbene meno incisiva e resistente, riesce ancora a trasportare lontano.

Lontano, lì dove arrivano i cuori e le voci di tutti quando parte – nel bis – la sempre romanticissima Don’t Cry.

Viene poi concesso, sempre nel bis, il meritato tributo a Chris Cornell – recentemente venuto a mancare – grazie all’esecuzione commovente della sua Black Hole Sun. Poi un’altra magnifica cover: la sempreverde The Seeker dei The Who.

L’atto finale, come vecchia consuetudine, è lasciato all’assolo elettrico di Slash e le parole di Axl che riecheggiano nella notte, dicendo: “Take me down to the Paradise City”. Una nostalgia dilagante e al contempo ben accetta, perché conseguenza diretta di una testimonianza storica, di un sogno realizzato, di migliaia di preghiere esaudite.

I “veri” Guns ‘n Roses sono tornati ed i nostalgici e romantici del rock – chiedendosi cosa succederà alla fine del lunghissimo tour mondiale – non vogliono svegliarsi da questo sogno.

La scaletta 

It’s So Easy
Mr. Brownstone
Chinese Democracy
Welcome to the jungle
Double Talkin’ Jive
Better
Estranged
Live and Let Die
Rocket Queen
You Could be mine
Attitude
This I Love
Civil War
Yesterday
Coma
Sweet child o’ mine
My michelle
Wish you were here
Layla” /”November rain
Knockin’ on heaven’s door
Nightrain

Bis: 

Don’t cry
Black hole sun
The seeker
Paradise city

Alfredo Sconza

Foto: www.gunsnroses.com