Almaviva Contact licenzia Roma

Almaviva contact SPA chiude la sede di Roma ed è licenziamento per 1666 lavoratori. Il più grande licenziamento collettivo degli ultimi tempi. Si conclude così una lunga e difficile vertenza nel dettaglio, l’accordo proposto dal governo prevede la cassa integrazione di 3 mesi (gennaio a zero ore, febbraio al 70%, marzo al 50%) e la garanzia, entro il 31 marzo 2017, di arrivare ad un accordo con efficacia solo su Roma e Napoli che di fatto abbasserà in via temporanea il costo del lavoro (e i salari). Quand, nella notte, è emerso il netto no della Rsu romana e il consenso di quella di Napoli, il governo ha proposto di scorporare le due vertenze. La richiesta è stata accettata dall’azienda. Di conseguenza la Rsu di Napoli ha firmato l’accordo e la Rsu di Roma no.

Il Gruppo Almaviva negli anni ha usufruito di diverse leggi che hanno consentito di ridurre i costi del personale, avere agevolazioni nei versamenti contributivi, ridurre l’imposizione fiscale,  delocalizzare all’estero secondo normative dettate dall’articolo 24 bis (mai applicate) chi rispond dall’estero deve dire immediatamente da dove risponde, ma così non avviene. 

Già da anni tutto il personale viveva grazie agli ammortizzatori sociali. I sindacati avevano denunciato la totale assenza del governo. Da tempo l’azienda lamentava uno stato di crisi legato oltre che alle complesse condizioni del mercato, anche all’assenza di regole certe che garantissero l’equilibrio industriale, la legalità e la trasparenza delle gare d’appalto. Temi fondamentali per scongiurare i licenziamenti erano un concreto piano industriale, una formazione volta alla riqualificazione del personale, una nuova organizzazione del lavoro e nuova visione del portafoglio clienti e regole certe.

Il 21 marzo 2016 il gruppo Almaviva aveva avviato la procedure di riduzione del personale nelle sedi di Roma (fino a 918 persone), Napoli (fino a 400 persone), ma soprattutto Palermo (fino a 1.670 persone). Al fine di scongiurare tale situazione, lo scorso maggio, azienda e sindacati avevano trovato un accordo nel quale era previsto un percorso di 18 mesi di ammortizzatori sociali “in continuità”, di cui 6 con contratti di solidarietà e 12 in Cigs. L’intesa era arrivata in extremis perché scaduti gli ammortizzatori sociali di cui godeva l’azienda, dal 5 giugno sarebbero partiti i licenziamenti.

Ma l’accordo firmato il 31 maggio salta perché né il governo (non impegnato nel far rispettare la legge sul servizio effettuato fuori dall’Unione europea, che prevede che il cittadino per ragioni di privacy debba sia essere informato sia dare l’assenso preliminare) né i sindacati (chiamati a sottoscrivere un’intesa specifica sulla gestione della produttività e la qualità del lavoro a livello individuale) hanno fatto quello che si erano impegnati a fare.

Il management del gruppo Almaviva,  preso atto che i suddetti impegni non sono stati onorati dalle parti, prende la decisione di chiudere le sedi di Roma e Napoli, con il conseguente licenziamento di 2.511 lavoratori dei call-center. Tale decisione viene altresì motivata dal fatto che, dalle relazioni presentate il 7 luglio, il 1  e il 22 settembre, risultano  perdite mensili pari a circa due milioni di euro.

L’annuncio di riapertura della procedura di licenziamento da parte di Almaviva arriva il 5 ottobre. Dopo molti incontri, la notte fra il 21 e  il22 dicembre – ultimo giorno utile per raggiungere l’accordo –  il no delle Rsu della sede di Roma ha determinato il destino di 1.666 lavoratori. Napoli firma, Roma no.

Il disaccordo è emerso nella notte, mentre si mettevano a punto al ministero dello Sviluppo Economico gli ultimi dettagli dell’intesa, raggiunta quasi miracolosamente a poche ore dal termine di chiusura della vertenza. Poco dopo le 2 di notte i rappresentanti delle Rsu della sede di Roma hanno fatto sapere che non avrebbero firmato l’accordo: si sono consultate, e la maggioranza ha preso atto che non ci fosse un mandato da parte dei lavoratori, per un accordo che avrebbe  inciso sui salari dei dipendenti.

Diversa conclusione per Napoli: per gli 850 lavoratori di via Brin scatterà invece la cassa integrazione da gennaio per i prossimi tre mesi. Stipendi drasticamente ridotti ma per il momento il posto è salvo, in attesa di arrivare all’accordo definitivo con l’azienda.

Alberto Acampora