Roma a morte, cronache di una capitale avvelenata

“Roma o morte”, disse Giuseppe Garibaldi durante il discorso alle Camice Rosse presso Marsala il 19 luglio 1862, annunciando la partenza dei volontari garibaldini alla volta della conquista di quella che sarebbe divenuta la capitale del neonato e travagliato Regno d’Italia, formatosi già un anno prima.

Circa un mese dopo, il 29 agosto 1862, le truppe garibaldine furono fermate ad Aspromonte dall’esercito regolare per decisione del Governo Rattazzi, oppresso dalle condizioni politiche internazionali e dalla fragilità del nuovo Stato.

Passarono gli anni e la necessità di annettere la città eterna al Regno d’Italia si fece sempre più urgente. Roma era la fondatrice della civiltà della quale il nuovo Stato si dichiarava erede e senza di lei nulla avrebbe avuto veramente senso. Così, nonostante le persistenti opposizioni internazionali, il 20 settembre 1870, con la breccia di Porta Pia, lo Stato Pontificio fu annesso all’Italia e, l’anno successivo, la capitale, con legge 3 febbraio 1871 n. 33, fu trasferita da Firenze a Roma.

Era fatta. La città che, in tempi antichi, aveva disegnato la concezione stessa di occidente era definitivamente parte dell’Italia. Molto c’era ancora da fare. Lasciata per centinaia di anni sotto il controllo del potere temporale da parte dei Papi, la città era arretrata e degradata.

Alla morte di Vittorio Emanuele II, nel 1878, fu deciso di innalzare un monumento che celebrasse il Padre della Patria e con lui l’intera stagione Risorgimentale. Cosi ebbero inizio, nel 1885, le opere di edificazione del Vittoriano la cui bellezza neoclassica modificò completamente ed irrimediabilmente quella parte di campidoglio e rappresentò, certamente, la quintessenza della nuova Roma.

Con l’avvento del fascismo, l’idea di Impero risorse dalle ceneri di ciò che Roma era stata. Immense opere pubbliche ridisegnarono completamente la città nel disperato tentativo di salvaguardarne l’intramontabile bellezza e, al tempo stesso, garantirle un futuro.

Poi ci fu la follia della guerra. Roma venne ferita dalle bombe. La primavera della capitale aveva lasciato il posto ad un inverno che parve senza fine. Il 4 e il 5 giugno 1944 le truppe alleate liberano Roma. Tuttavia, la guerra, aveva lasciato ferite profonde e fu così che, nel paese in cui tutti erano fascisti fino al giorno della liberazione ed in cui nessuno lo era più il giorno dopo, l’Eur divenne il simbolo più tangibile del ridisegno urbano voluto dal fascismo.

Per anni nessuno poté esprimere il proprio gradimento per il quartiere senza rischiare di esser tacciato come fascista. L’acronimo di “Esposizione Universale Romana” venne camuffato con la nuova e meno pretenziosa denominazione “Quartiere Europa”. Le meraviglie del razionalismo italiano vennero offuscate.

Durante il boom economico, oltre alla dolce vita, si accese la scintilla che avrebbe segnato il declino del giusto fare. L’ordine e la bellezza furono lentamente banditi dalla capitale d’Italia in favore di orrendi quartieri dormitorio necessari all’impressionante urbanizzazione, la quale lasciò cicatrici ancor più profonde sul volto della capitale.

Seguirono gli anni dei movimenti rivoluzionari. Molti esponenti di quei movimenti confluirono, poi, nelle Brigate Rosse o nelle varie organizzazioni terroristiche, dando il via agli anni di piombo e l’inverno parve tornare. Nuova linfa sembrò scorrere nelle vene della città con gli enormi investimenti del Giubileo del 2000 sotto la guida dell’allora sindaco Francesco Rutelli.

Tuttavia, successivamente, arrivarono Veltroni, Alemanno, Marino e Raggi, senza considerare i tre commissari straordinari, e si è assistito ad un continuo peggioramento delle condizioni della capitale, il dissesto delle compagnie municipalizzate, il collasso dei servizi pubblici essenziali, le infiltrazioni mafiose, l’articolo sull’International New York Times che sottolineava il degrado capitolino, le imprese che, strangolate dalle imposizioni, fuggono a gambe levate ed i giovani laureati che migrano in altre città italiane o in altre nazioni.

In tutto questo Roma è rimasta a guardare. Offesa, illusa, maltrattata, accusata di non avere gli anticorpi necessari. La capitale di ben tre imperi, romano, papale, italiano, e di due repubbliche, romana e italiana, è rimasta in attesa di qualcuno che fosse disposto a salvarla. L’impressione che permane è quella di trovarsi davanti ad un collasso non solo economico ma, ancor di più, sociale, i cui risultati si vedranno esclusivamente sul lungo termine. Resta, inoltre, l’impressione che questa nazione, che tanto aveva lottato per Roma, abbia negli ultimi decenni, volutamente, evitato di trattarla come una capitale avrebbe meritato. Sicché quel “Roma o morte” assomiglia di recente sempre più tetramente ad un “Roma a morte”. Ma lei resiste. Malinconica, nostalgica, bellissima. Resiste nonostante tutto ed attende, dall’alto dei suoi sette colli, qualcuno che sia ancora disposto ad amarla, qualcuno che sia disposto a salvarla.

Ettore Calzati Fiorenza