Allarme smog in Cina, a rischio la salute degli abitanti

Le prime pagine del 2017 in Cina non si direbbero molto entusiasmanti, voli cancellati, autostrade chiuse, visibilità solo 500 metri. Due ricercatori sentenziano: nell’intera Cina solo il 9% della popolazione respira aria pulita. Dichiarata quindi l’allerta orange.

Già due anni fa, nel 2014, l’incubo dello smog incombeva sulla Cina. Una nube grigia coprì il nord del paese impedendo la visibilità e, da metà dicembre in 23 città, tra cui Pechino, è scattato l’allarme rosso per l’inquinamento, il livello più alto. Le autorità hanno inoltre deciso di chiudere scuole e fabbriche.

Le tensioni sono aperte e gli ecologisti denunciano nella metropoli di Shenyang la rilevazione del livello di inquinamento “più alto che si sia mai registrato nel mondo”.

Nelle centraline per le rilevazioni delle polveri sottili nelle città settentrionali cinesi, da qualche giorno, la densità di particelle p.m. 2,5 (particolato del diametro inferiore a un quarto di centesimo di millimetro, in grado di penetrare profondamente nei polmoni durante la respirazione dalla bocca), eccedeva più volte dai valori massimi di sopportabilità stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che è di 25 microgrammi per metro cubo. In diverse città della provincia settentrionale di Hebei i valori superavano i 400 microgrammi per metro cubo.

Tutto questo è un grave pericolo alla salute per 460 milioni di persone che respirano polveri sottili decine di volte sopra i livelli di rischio. L’inquinamento atmosferico è una costante nelle città cinesi. È provocato soprattutto dalle centrali elettriche a carbone, poi da industrie prive di filtri adeguati per le emissioni, impianti di riscaldamento obsoleti e traffico intasato. Per i cinesi le mascherine sul volto sono diventate un capo di abbigliamento abituale. Basta qualche giorno senza vento, perché le megalopoli si trovino avvolte in una cappa grigiastra e puzzolente, con una visibilità ridotta a cento metri e i grattacieli quasi invisibili.

Secondo Greenpeace questa grave emergenza è causata dalle acciaierie. Un aumento del prezzo dell’acciaio secondo la Ong ha provocato un incremento della produzione, con conseguente inquinamento.

Migliaia di persone vengono ricoverate negli ospedali per malattie dell’apparato respiratorio, e si calcola che i morti a causa dell’inquinamento raggiungano ogni anno la cifra di 1 milione. Stavolta però la situazione è ancora più grave. Per fortuna, i meteorologi prevedono per i prossimi giorni forti venti, l’unico antidoto alla cappa che rende l’aria irrespirabile.

L’allerta orange fa scattare innumerevoli iniziative, soprattutto tra i giovani che, unendo tecnologia e bici, puntano a salvare l’ambiente facendo profitto.

“Pedale per abbattere lo smog” è uno dei motti utilizzati da questi promettenti giovani che, scommettendo in varie aziende di startup a Pechino, hanno individuato nel sistema di bici condivise un potenziale per risolvere allo stesso tempo “i problemi dell’inquinamento e fare soldi” dice per esempio Li Zekun, 25 enne a capo della popolare azienda Ofo.

I bike sharing asiatici, in attesa di regole precise in arrivo per il 2017 hanno tutti un’unica missione condivisa dal governo: nel 2020, il 18% dei lavoratori pendolari di Pechino dovrà spostarsi in bicicletta.

Forse solo facendo un passo indietro e incentivando queste iniziative genuine, la Cina potrà dire addio a mascherine e ambiente malsano.

Arianna Rubino