La vigilia di natale alla caritas di Roma

“Sempre più persone non raggiungono uno standard di vita minimamente accettabile e sempre più strutture caritative chiedono un aiuto maggiore”. Oltre 40mila gli italiani che hanno deciso di trascorrere pranzi e cene di natale con i più bisognosi

 

Giancarlo, Ernesto, Elisabetta, detta Lizzie, Wilma, Filomena Francesca Katrine, Claudette, Giovanni, Nicola.

Questi sono solo alcuni dei nomi degli ospiti della cittadella della Carità Santa Giacinta di Roma e che appartengono all’esercito dei 4,5milioni di italiani che vivono in una situazione di povertà assoluta. Già, in Italia nel 2016 questa è la cifra. La Caritas diocesana di Ponte Casilino offre un’accoglienza a 360 gradi, dall’assistenza materiale al supporto morale e psicologico per la reintroduzione delle persone emarginate nel tessuto sociale. Anziani, uomini, donne, mamme con figli, la povertà colpisce tutti gli strati sociali ed intere famiglie: 1,5 milioni per l’esattezza. Gli organizzatori raccontano la difficoltà di gestione di una realtà che si aggrava di giorno in giorno.

Nicola, 70 anni, è un signore distinto, occhi azzurri, un elegante cappotto blu. E’ pugliese, era un maestro e parla un italiano perfetto. Gioca a tombola con noi, da quando è rimasto vedovo nel 2004 vive lì. Lui non è solo, ha un figlio, non vuole dargli disturbo, o forse non è stato invitato.

Wilma, 78 anni, non parla l’italiano, bacia e sorride a tutti, canta e balla canzoni brasiliane, ha una bella voce. Gli altri signori la rimproverano che rallenta sempre la fila e che tocca tutto con le mani, rovista anche nell’immondizia. La sua storia non la conoscono, sanno che ha avuto un’operazione alla testa perché ha mostrato la cicatrice, nient’altro.

Ernesto, 68 anni, era un informatico, ha avuto due mogli, l’ultima morta di tumore, ora è solo. Ci chiede di tornare a trovarlo “tanto io sono sempre qui”.

Giancarlo, 70 anni, era un rappresentante di cosmetici, ha girato il mondo, ha un figlio che lavora a Dubai come food blogger presso un hotel a cinque stelle. È un po’ il capogruppo, mette pace, riporta l’ordine, è gentile e tutti gli vogliono bene. Ha uno sguardo buono e sincero.

Lizzie, 65 anni, era una professoressa di inglese in una scuola privata di Frascati. Ha molte rughe, ma non è così anziana. Ha avuto un compagno che con un gesto mi fa capire che l’ha fatta uscire fuori di testa, le ha tolto tutto. Le chiedo se ha figli, “no, meno male se no a quest’ora eravamo tutti e due qui”.

Claudette, 63 anni, è francese, finge di non saper parlare l’italiano quando ha voglia di starsene da sola. Questo me lo ha detto Giancarlo, di lei non so altro.

Filomena Francesca Katrine originaria di Monaco, 69 anni, non ricorda se era una brava ballerina a Milano o se era un’attrice. Dice di aver conosciuto i più importanti registi italiani. Se ne sta da sola perché “gli altri sono tutti un po’ matti”. Aveva un compagno ma non ricorda che fine ha fatto. Dice un sacco di parolacce “me le hanno insegnate loro quando sono venuta qui” e ride. Ha uno smalto dorato e mi dice che quando la tornerò a trovare lo metterà anche a me. Mi chiede di che segno sono, “acquario” le rispondo, “ecco perché tra noi c’è questo feeling”.

Giovanni, 70 anni, mangia poco perché sta male, ha avuto un’operazione a causa di un tumore. Non mi chiede niente parla solo lui. Ha vissuto a Centocelle per qualche anno, poi si è trasferito con i suoi genitori in Valtellina. Era un maitre, ha girato il mondo e ha lavorato nei più importanti hotel. Mi racconta mille aneddoti. E’ stato un anno in carcere, non mi dice perché. Ha due figli e un’ex moglie che vivono a Napoli. “Entrambi hanno ripreso le orme del padre: uno ha aperto un bar ad Aversa, l’altro è barman a Londra”. Ha cinque nipotini che non ha mai conosciuto.

E poi c’è Sergio non è povero, ha una famiglia che lo ama, eppure la sera di Natale, come tante altre giornate, la dedica ad alleviare le sofferenze di queste persone. Come spesso accade alla povertà si accompagna la solitudine, che forse pesa più della povertà stessa.